Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: Donne (Parte prima)

Makoto ha 38 anni e la malattia del sonno. Finito il liceo, i genitori hanno deciso di mandarla a studiare in Italia, convinti che le avrebbe fatto bene cambiare aria. Sua madre, intanto, si era creato l'alibi per andare nel Bel Paese ogni volta ne avesse voglia e avere un posto dove fermarsi a gratis durante i suoi viaggi, fatti di shopping e visite d'arte. "Trovati un italiano!", le ripeteva, "Così puoi rimanere quanto ti pare!". E Makoto, dalla mente labile e succube, non ha potuto che eseguire.

Rimasta incinta di un mezzo sconosciuto a Firenze, sparito poco dopo aver appreso la notizia, Makoto ha deciso di tornare in Giappone, ma senza una laurea, né arte e né parte, non è riuscita a trovare un lavoro che potesse soddisfare le sue aspettative.

Così adesso fa i turni in una casa di riposo per anziani e persone diversamente abili. "Mi piace molto", mi rivela a voce bassa. "Mi piace parlare con loro, ascoltare quello che hanno da dire".

Purtroppo quel che guadagna  lo percepisce facendo turni improbabili, che non le permettono di avere ritmi di vita sani e regolari, ma piuttosto le sottraggono le ore del giorno da passare insieme alla figlia. Si prende all'improvviso tra le mani una ciocca di capelli e se l'avvicina alla bocca, con fare quasi puerile. L'osserva e ridacchia. Un po' m'inquieta.

La vedo trascurata. Indossa una blusa sgualcita verde oliva. Tra i capelli corvini, spuntano a forza singoli capelli bianchi, che le si dividono sulla nuca con simmetria naturale. Non ha consapevolezza di se stessa, di quello che è o di quello che potrebbe diventare. Cerco di incoraggiarla, di infonderle un po' della motivazione che non ha e lei, per un attimo, acquista colore. Mi ringrazia, annuisce, poi sorride. Forse, chi sa, per un attimo è riuscita ad immaginarsi in quella nuova veste che le ho dipinto addosso. 

Tuttavia domani, al risveglio, Makoto non vorrà levarsi dal letto che abita oltre le ore di lavoro. È lì che la sua vita la lega immobile.         

Erina ha 25 anni e una fame insaziabileScorre le sue dita affusolate tra i vestiti di Parco e Tōkyū Depato, le borse Michael Kors, gli orologi Olivia Burton e i cosmetici Shu Uemura. Passa poi ai portafogli  Vivienne Westwood e le borse Kate Spade, le collane Swarosky e le scarpe Laboutin. Doni che servono a tappare i buchi del cuore, mancanze che si allargano in un'esistenza vuota

Erina non ha chi le regala ricordi, non ha amici e non ha un compagno. La famiglia, poco numerosa, vive nel Kansai.

Ogni giorno, il suo stomaco s'allarga, ogni boccone che fagocita e ingurgita, fatto di oggetti e materia, sprofonda in un pozzo senza fondo. La sua fame non conosce sazietà.

Scorre su internet liste infinite di capi e accessori griffati. Butta nel carrello quello che le viene prima, ordina senza contegno. Alla consegna della merce, strappa i pacchi con sozza voracia, prende i capi, li osserva compiaciuta, se li prova addosso, ma la vista di sé allo specchio non la rende granché paga e quando ripone tutto nei cassetti, ecco l'eco della fame tornare a farsi insistente.

Ma se Erina può permettersi il lusso di comprare un po' di felicità seppur momentanea, Makoto non può neanche permettersi la tinta che le serve per nascondere i segni del tempo. 

Kana ha 40 anni e il desiderio di morire. Ogni giorno, si sente sopraffatta dagli eventi e si domanda se sia davvero questo il suo destino. Frustrazione e sgomento sono i mali che la costringono a una vita senza azione e, apparentemente, senza senso. 

Come accade alle relazioni quando si fanno malate e pericolose, allo stesso modo alcuni impieghi di lavoro diventano cappi al collo. Così, negli anni, Kana si è risolta a cambiare diverse aziende, nella vana speranza di trovare un ambiente che non la facesse sentire fuori posto.

Mi confessa l'insoddisfazione che da mesi è il suo tarlo. 

Il Tamagawa le scorre a pochi metri da casa e ogni sera, al rientro dal lavoro, lo attraversa. Ogni giorno, alla stessa ora, uscita dalla stazione e imboccata la via verso casa, raggiunge quel ponte e quel tratto di fiume. Lo sente scorrere, nel silenzio circostante, dentro di sé. Si avvicina al parapetto come richiamata dalla sua voce e lo guarda con aria assente. Ogni sera, fa appello a tutta la forza di volontà che le è rimasta per convincersi che non è la soluzione, che ci deve pur essere un'altra via.

Il marito l'aspetta a casa. Come ogni sera, le chiede come sia andata la giornata, da capo a coda, anche se da tredici anni, lui sa, la risposta è solo una, quella di sempre. Le ripete allora di lasciare il lavoro, che lui potrebbe impegnarsi economicamente per entrambi, se solo lo volesse. Eppure, ignora il rischio di aggraverare quel senso di inutilità di cui Kana pare essere pervasa.

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Motoko, Erina, Kana sono vite come altre, lì fuori, che non ci appartengono e di cui forse ignoriamo l'esistenza. Sono donne giapponesi, ma potrebbero essere italiane, spagnole, indiane ...  Potrebbero essere una collega o la vicina di casa; la ragazza della caffetteria o quella del supermercato. Sono protagoniste di vite che meritano di essere ascoltate, se necessario, anche condivise. Perché non c'è sentimento più bieco al mondo dell'indifferenza umana.

※Lo scatto meraviglioso, privo di qualsiasi riferimento ai personaggi narrati, è di Imkq60 Photos

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