Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

L'essenza di Oya

Ai miei cugini che hanno perso un padre. A quanti hanno uno o due "oya" in un luogo più in alto degli alberi.

C'è silenzio al mattino presto lungo il ponte che attraversa il fiume.

Sono le sette di una domenica di lavoro, un giorno come i precedenti trascorsi senza tregua, con la stanchezza montata in groppa e il pensiero già rivolto al tramonto. 

Il trucco fresco sul viso a nascondere le occhiaie; lo smalto sulle unghie per raggirare l'umore, per credere più forte che si può sempre ricominciare, che per ogni fine c'è un inizio, per ogni luna calante un sole che sorge, anche dopo un dolore, anche dopo una perdita

Sta per finire così questo giugno intenso e al tempo stesso insulso, con il grigiore dei suoi cieli plumbei, umidi e uggiosi, che sposano perfettamente il senso di vuoto che alla perdita si prospetta.

Allora, ho pensato che non poteva esserci momento più giusto di questo per parlarvi di oya, in cima agli alberi, che veglia ... 

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In giapponese, il kanji di 親 oya nasconde l'essenza dell'essere genitore, di essere madre, お母さん okāsan, e di essere padre, お父さん otōsan, non solo in Giappone ma ovunque nel mondo.

In alto a sinistra, troviamo il kanji di 立つ tatsu (alzarsi in piedi) e in basso quello di 木 ki (albero). A destra, c'è poi 見る miru (vedere, osservare, guardare), che non è che un occhio, 目 me, con le gambe, simbologia dell'uomo che cammina. 

Nella lingua giapponese, dunque, genitore è colui che, arrampicatosi su un albero, osserva da lontano il figlio, mentre questo cade, si rialza, opera nel bene e anche nel male.

Oya è colui che non interferisce in una vita che non gli appartiene, ma piuttosto interviene  all'occorrenza, quando serve insegnare 教える oshieru, spiegare 説明する setsumei suru oppure aiutare 助ける tasukeru.

Oya lascia vivere liberamente, ma, quando mosso dall'istinto e dal sangue, scende giù dall'albero, si avvicina per tendere una mano, un fazzoletto, una banconota, un libro, un pezzo di pane ... quel che serve al figlio per ripartire con più fiducia, con più consapevolezza.

Allora, quando oya se ne va, perché il destino lo ha sottratto alla vita, che ne è dei figli rimasti senza più orme da seguire? Forse, il buio d'un tratto li avvolge. Forse, la paura dell'assenza e della solitudine li travolge. Forse, smettono di correre lontano e tornano all'albero, cercandovi l'ombra che fino a lì gli ha guardato le spalle, cercando presenza nell'assenza. Forse, d'un tratto, tutto intorno  s'arresta. Forse. Io non lo so. Per fortuna non posso saperlo.

Eppure, immagino che oya ci sia ancora, da qualche parte, in un luogo ancora più in alto, più alto degli alberi e più in alto dei cieli. Sì, perché vegliare dall'alto, 見守る mimamoru (lett. proteggere osservando), in fondo non è che l'essenza di oya, ovunque questo si trovi. E l'essenza, si sa, è la realtà immutabile delle cose, come quello sguardo vigile e attento di un genitore che non lascerà mai le spalle di un figlio. 

※ Lo scatto meraviglioso è di Imkq60 Photos 

Eros Ramazzotti - Sta Passando Novembre 

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