Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: 忙しい o di un cuore che si usura

Non di rado al mattino, in qualche stazione di Tōkyō, un grande schermo indica l'interruzione di una o più linee ferroviarie. Il fermo immagine mostra un groviglio di percorsi colorati che si intersecano. Fra questi, uno in particolare è segnato in rosso.

Sotto all'immagine, scorre rapida una scritta:

人身事故のため、一部の列車に遅れが出ています。

Jinshin jiko no tame, ichibu no ressha ni okure ga dete imasu.

"Una persona è rimasta coinvolta in un incidente. Alcune corse subiranno dei ritardi".

Nel leggere, anche distrattamente, mi è già chiaro l'accaduto. Del resto, 人身事故 jinshin jiko è una sequenza di kanji inconfondibile. I primi due caratteri a sinistra sono quello di "individuo/persona" 人 (jin, hito) e quello di "corpo" 身 (shin, mi). A destra ci sono poi quelli che compongono la parola "incidente" 事故 (jiko).

La mente tira le somme con clinica freddezza, perché nella recidività di un fenomeno, il pensiero prima o poi si assuefa al risultato peggiore.

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In giapponese, accade al cuore, esattamente come al tacco di una scarpa, di usurarsi. È il verbo すり減る suriheru (lett. usurarsi, logorarsi), dato dall'unione di する suru (lett. sfregare, grattare, raschiare) e 減る heru (lett. diminuire). 

心がすり減ってる。

Kokoro ga surihetteru.

Il cuore si sta usurando.

Al mattino, quando si fa ora di andare al lavoro, al pensiero di dover vedere quel collega che ama percularci; all'idea che lo stipendio non sia per niente proporzionale al carico di lavoro imposto; alle ore di straordinario non pagate; alla pressione di una scadenza imminente ... kokoro ga surihetteru

Quando il torpore del sonno abbandona il corpo e la vita ci appare in tutta la sua incombenza ... kokoro ga surihetteru

Quando l'idea di una giornata da vivere da capo a coda si fa assillo e schiena ricurva ... kokoro ga surihetteru

Un'altra espressione, 心が消耗する kokoro ga shōmō suru, indica un cuore che si consuma, si sciupa e si riduce come sotto la lama di un'affettatrice. Man mano che il taglio si fa perpetuo e il cuore si fa muto, la ragion d'essere (in giapponese ikigai 生き甲斐) si assottiglia e il buio si estende a macchia d'olio sull'esistere. È un corto circuito, un totale black out sulla vita.

L'ikigai, quella forza d'animo che prende a braccetto la voglia di vivere e sostiene la mente, fa da collante tra il sentimento e la ragione, rammentandoci ogni giorno perché esistiamo. Ma un cuore stanco fa fatica a percepire tutto questo.

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Molti anni fa, durante una lezione di giapponese all'università, il mio professore tratteggiò alla lavagna il kanji di 忙しい isogashii (lett. occupato, impegnato), prendendo tutta la superficie a sua disposizione. Con un gessetto rosso scompose 忙 nelle sue parti: a sinistra il cuore 心 (kokoro) e a destra la morte, 亡くなる (nakunaru, lett. morire). Girandosi poi verso di noi, senza tanti mezzi termini disse: "Essere sempre impegnati equivale a morire!". 

Eppure, 忙しい isogashii è la parola che sento proferire più con frequenza negli ambienti di lavoro. C'è chi ama mettersela in bocca ogni istante, nell'ansia di dimostrare agli altri che sta facendo qualcosa di utile e produttivo, che si sta impegnando

Talvolta isogashii non è che la scusa di chi non sa gestire il proprio tempo, di chi nella vergogna di promesse mancate e scadenze rinviate, finge dedizione e operosità per alleggerire il senso di colpa e camuffare l'evidenza.

Altre volte, invece, isogashii è la verità di braccia stanche, volti emaciati e schiene ricurve. È la verità di un cuore logoro che cede ai binari. 

In quell'ammissione di impegno e morte del cuore, c'è anche monito e memento. È lì che, paradossalmente, si nasconde il segreto del saper vivere. 

Hans Zimmer - Time

※ Gli scatti meravigliosi sono di Imkq60 Photos

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