Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: Origini della felicità

Seduta nella living, muovo lo sguardo intorno a me.

Ci sono le tende bianche, a fantasia, che sono state il primo acquisto per il vecchio appartamento, il monolocale dove ho vissuto fino allo scorso dicembre, per circa tre anni. Ricordo di averle comprate da Nitori insieme a M., che nonostante il suo essere particolarmente occupata, riusciva a trovare il tempo per farmi da seconda mamma. 

Sul lato sinistro, la libreria che io e K. abbiamo acquistato da Ikea a febbraio, insieme ad altri (pochi, ma giusti) mobili per l'arredo. Ricordo il mal di schiena per portare i pezzi su per le scale, i calli alle mani per montarla senza far troppo rumore.

Adesso ci sono libri (tanti) di italiano, quelli che mi servono per insegnare la mia lingua a chi ama impararla, pregustando il momento in cui inizierà a parlarla, sentendosi articolare suoni che non gli appartengono ancora, nella meraviglia di scoprirsi diverso. Ci sono poi delle riviste di viaggi che io e K. faremo un giorno o che forse non faremo mai. Però è bello averle lì, all'occorrenza.

Segue il divano blu, quello dei film alla sera, delle pause pre e post cena, dei riposini domenicali e delle email da scrivere nella calma notturna.

Spicca al centro il tavolo (estensibile) con due sedie (le altre le abbiamo comprate il mese scorso, così questa casa potrà finalmente avere degli ospiti) e per me è il centro di tutto. Questo tavolo è lo studio del giapponese al mattino presto, la colazione più tardi e la scrittura di questo blog quando ne sento forte l'ispirazione.

Mi siedo sul lato che dà dritto alla veranda aperta, lasciando entrare la luce fioca del mattino e il venticello che sa di estate imminente. Chiudo gli occhi e mi ritrovo per un attimo in Italia, a casa dei miei, bevendo un caffè freddo prima di andare al mare. Pregusto già quel momento, ancora qualche mese e poi ...

Allora, penso che in fondo è proprio questa la felicità: la semplicità di una vita da condividere; le cose di cui essa si intesse, che sono forse poche e piccine, ma sono e devono essere il centro di tutto. Come quella bimba sul treno, con una borsina fatta di carta a pallini, decorata con sagome di pesci rossi e foglie di lattuga. 

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L'altro giorno, mentre cercavo le origini del kanji 幸 di 幸せ (shiawase), che in giapponese esprime la felicità, ho fatto una scoperta interessante. 

Pare, infatti, che shiawase venisse originariamente reso dai caratteri di 仕合わせ, ovvero quello di fare 仕 (する, suru), che ritroviamo ad esempio nell'espressione shikata wa nai 仕方はない (lett. non c'è modo di fare), e quello di 合わせる awaseru, cioè unire, congiungere, accordare, armonizzare, che troviamo, ad esempio, in espressioni come 心を合わせる kokoro o awaseru (lett. unire i cuori = essere d'accordo).

Fino al periodo Edo (1603 - 1868), questa armonia coincideva con la mano del destino, めぐり合わせ meguri awase, che poteva essere favorevole 仕合せが良い shiawase ga yoi oppure sfavorevole 仕合せが悪い shiawase ga warui.

Il kanji con cui oggi si esprime la felicità in giapponese è quello di 幸 saiwai, che in epoca Edo pare indicasse delle mani in catene, con il significato, tutt'altro che positivo, di penacondanna. In un secondo momento, però, il senso del carattere è stato ampliato: indicava chi, baciato dalla fortuna 運に恵まれる un ni megumareru (lett. essere favorito dalla sorte), riusciva a sfuggire alla pena.

Tornando alle origini di 仕合わせ, è evidente come la felicità in Giappone sia un'unione di cuori, un uniformarsi e uniformare, il che non significa necessariamente omologazione e mancata identità, quanto piuttosto armonia 和 wa, che a sua volta implica il rispetto del prossimo più che del sé. 

Vivere armonicamente è dunque condizione indispensabile e imprescindibile per garantire la felicità propria e altrui. Ecco perché anche la brama di possesso, il non sapersi accontentare di quello che si ha, il non riuscire a trovare redenzione e soddisfazione in quello che la vita lascia cadere lungo il nostro cammino e, ancora, il non saper guardare anche chi ci sta dietro, ma fissare solo chi ci sta davanti, sono tutti limiti, catene che ostacolano un'esistenza felice. Dovremmo imparare a farci bastare quello che abbiamo, senza eccedere nei desideri, armonizzando con quanto la vita ci ha  messo a disposizione. Perché la vera felicità, in fondo, sta in quello che già abbiamo. 

"L'essentiel est invisible pour les yeux", (l'essenziale è invisibile agli occhi) scriveva Antoine de Saint Exupéry ne "Il Piccolo Principe" e un proverbio giapponese pare volerne scrivere il seguito: 足るを知る者は富む taru o shiru mono wa tomu.

"Il cuore di colui che sa qual è il suo posto, che ha il pregio di sapersi accontentare, anche nella povertà, sarà ricco [di felicità]" (分相応に満足できる者、満足することの意義を知っている者は、生活が貧しくても、心は豊かである).

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