Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: Del rimpianto e del suo antidoto

Capita a tutti, prima o poi, di provare un rimpianto.

Lo dicevano anche gli 883, che hanno fatto del rimorso materia per una canzone di grande successo.

Si rimpiange un'occasione che non è stata colta quando ci è stata data, un po' per paura, un po' per mancanza di fiducia, per semplice disattenzione o errore di valutazione.

Si rimpiange un amore perduto, perché a tirare la corda, a volte, capita che ci si prenda gusto. Si gioca a testare elasticità e capacità di tensione di un rapporto, come fosse un elastico, e quando questo si rompe, si vorrebbe poter tornare all'attimo prima di quel limite ultimo. 

Si rimpiangono amicizie, persone perse lungo il cammino, perché un rapporto richiede cura e costanza, e quando queste due costano fatica, quando non c'è più quella corrispondenza equa tra le parti, ecco che ci si dice addio e l'indifferenza appare una conseguenza inevitabile.

Si rimpiangono oggetti, cose impossibili da ricomporre, ricucire, smacchiare ...

Si rimpiange tutto ciò che c'era prima e che ora non c'è più; tutto ciò che prima era in un modo e che adesso stenta a riconoscersi.

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Il rimpianto, in giapponese, gode di una terminologia piuttosto varia a indicarne le diverse sfumature. Può essere un concetto vicino alla nostalgia 懐かしい (natsukashii), oppure 哀惜 (aiseki), la tristezza per quel qualcosa che non torna più (帰らないものを悲しみ惜しむ). Può essere 嘆き (nageki), un senso di profonda tristezza (深く悲しむこと); 悔恨 (kaiken), il dispiacere che si prova per uno sbaglio commesso o ancora 後悔 (kōkai), composto a sinistra dal kanji di dopo 後 (ato) e a destra da 悔しい (kuyashii), quello di spiacevole, increscioso, mortificante, fastidioso.

Cosa ci rimane da fare, dunque, di fronte al dispiacere, al fastidio che segue un'azione che non vorremmo aver compiuto o a un risultato che ci appare irreversibile?

I giapponesi mi insegnano la saggezza della rassegnazione positiva davanti allo stato non più variabile delle cose. Esiste infatti un'espressione che sento proferire con costanza, per consolarsi e consolare, che allevia il dispiacere sia proprio che altrui: しょうがない (shō ga nai), letteralmente "non c'è niente da fare" o "non si può far nulla", a volte nella forma di しかたがない (shikata ga nai), letteralmente "non c'è (ga nai) modo di fare (shikata)". 

A questo proposito, mi viene in mente un aforisma attribuito sia ad Aristotele che al Dalai Lama: "Se c'è soluzione al problema, perché preoccuparsi? Se non c'è soluzione al problema, perché preoccuparsi?". Ambedue le domande, l'una il rovescio dell'altra, mettono alla berlina la preoccupazione, come a voler sedare ogni pensiero ossessivo, ché non serve piangere se possiamo agire e non serve piangere se non possiamo più fare niente. L'antidoto al rimpianto è tutto in quel gioco di parole.

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Da quando vivo a Tokyo, ho appurato quanto i giapponesi amino la dedizione, la cura dei dettagli in ogni circostanza. Questo può indurci a credere che la loro sia mania di perfezione e le manie, si sa, talvolta possono indurre ad atteggiamenti ostinati, a una cieca insistenza ai danni di qualcos'altro. (Di fatto, a volte, questo è. Si pensi, ad esempio, al 過労死 karōshi, la morte che sopraggiunge per il troppo lavoro).

Poche volte ho visto un giapponese in preda al senso di disfatta, rarissime volte crogiolarsi su quello che sarebbe potuto accadere o quello che avrebbe potuto fare. 

Piuttosto, ho visto giapponesi ripetersi: "Mi impegnerò con tutte le mie forze!" (一生懸命頑張ります, isshōkenmei gambarimasu), "Vediamo che succede!" (様子を見よう, yōsu wo miyō), con quella serenità, prossima alla saggezza, propria di chi cerca di agire con coscienza, non si aspetta niente e prende la vita come viene.

I giapponesi sono consapevoli che certi eventi non si possono programmare al punto da prevederne anche le conseguenze, così quando sopraggiunge il fallimento (失敗, shippai), non è il rimpianto ad avere la meglio. C'è dell'innevitabile dispiacere che si fa presto matura accettazione. "Ormai è successo", sembrano dirsi, "bisogna andare avanti e guardare oltre, facendo solo quello che rimane da farsi: apprendere con costanza, accettare le sconfitte, imparare a lasciare andare gli sbagli, cercare piuttosto di non commettere gli stessi, ché la vita lo sa bene da sé quando il tempo è maturo abbastanza da premiarci".

※ Gli scatti meravigliosi sono di Imkq60 Photos

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