Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: Leggere l'aria (frammenti di una storia vera)

Arriva in ritardo alla lezione, si toglie la pelliccia e la getta distrattamente su uno dei tavoli poco dopo la porta d'ingresso. Mi raggiunge in fondo all'aula, scusandosi ripetutamente. Abbozza un sorriso che non definisce, ma le resta lì, come impigliato all'estremo delle labbra corallo.

Le chiedo come sta, ma è evidente che qualcosa in lei non va. Glielo leggo negli occhi e lo leggo nell'aria.

Iniziamo, al solito, con una conversazione libera. Lei parte con il suo italiano maldestro, un po' meno convinto del solito e così decide autonomamente di proseguire nella lingua che le facilita meglio l'espressione: la sua. 

Sebbene non permetta quasi mai ai miei studenti di parlare in classe una lingua che non sia l'italiano, questa volta leggo l'aria e mi sforzo di chiudere un occhio. "Questa lezione non s'ha proprio da fare", penso.

La vedo stanca, sopraffatta dalla vita e da quello che definisce una priorità: il suo business. Conosco poco di lei, o meglio, so quello che lei ha reputato giusto sapessi.

Calibra i gesti e dosa le parole in una perfezione manifesta, perché lei, mi è ben chiaro da un po' di tempo ormai, ha la presunzione di essere perfetta. Me l'immagino lì, nella sua testa, burattini tenere a bada mille fila, coordinando pensieri fra loro lontani. A una mente comune sfuggirebbe di certo qualcosa, ma non a lei. Lei ricorda tutti i dettagli con maniacale precisione, come se tutto fosse importante allo stesso modo in questa vita. Mentre mi è ben chiaro che non è così.

Non le chiedo niente, ma preferisco aspettare che sia lei ad aprirsi e di fatto, poco dopo, inizia a raccontarmi senza freni quello che sembra il sunto della sua vita.

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Quando ero giovane, frequentavo un ragazzo americano. Ci eravamo conosciuti nell'ambiente di lavoro e condividevamo gli stessi interessi, le stesse passioni e gli stessi obiettivi di vita.

All'epoca, come puoi forse immaginare, frequentare un non-giapponese non era una cosa ben vista dalla nostra società, dove il termine 外人 (gaijin, straniero) era usato in senso dispregiativo per indicare tutti quelli che vivevano fuori (外, soto) dal Giappone e che quindi erano "altro" rispetto a quello che eravamo noi, "i giapponesi". La gente che ci incrociava per strada, mano nella mano, ci fissava. Potevo sentirli mentre da dietro bisbigliavano chiaro: "gaijin! gaijin!" e mia madre non faceva che dirmi che non ne sarebbe uscito nulla di buono. Diceva che se lo sentiva dentro.

Mio padre, invece, mi era alleato e complice. Diceva che se io avessi deciso a priori che sarebbe andata bene, non avevo nulla da temere: "Tutto dipende da come ci approcciamo alla vita", mi diceva sempre.

Nel frattempo era già passato un anno e mentre io covavo il desiderio di sposarmi, lui, quel bel ragazzo di New York, non ne era convinto. Sua madre, di origini canadesi, aveva già avuto due divorzi,  il primo quando lui aveva solo tre anni, un'età in cui è troppo presto per capire e troppo tardi per recuperare. Per cui, non mi sorprese più di tanto sapere che per lui il matrimonio non era una cosa indispensabile. Ma per me, che sognavo una famiglia, era una rinuncia troppo grande. Non ero disposta a scendere a compromessi.

Così, un giorno, decisi che non poteva essere questo il mio destino e partii da sola per la California, lasciandolo qui a Tokyo a curare quelli che erano stati i nostri progetti lavorativi. L'addio non fu particolarmente doloroso e convenimmo entrambi sul fatto che avremmo mantenuto dei buoni rapporti per amore di quello che avevamo costruito insieme. 

Dopo quasi un mese che vivevo in California, dove mi pagavo il dottorato lavorando come cameriera, conobbi un uomo, J.,  che si innamorò perdutamente di me (almeno questo è quello che lui mi ripeteva in continuazione). J. senza neanche conoscermi, mi propose di sposarlo e io, che all'epoca ero giovanissima, inesperta e andavo di fretta come l'acqua, accettai senza pensarci.

La sera prima delle nozze, però, arrivò una chiamata da Tokyo a scombinare le carte. Era il ragazzo di NY, che mi implorava di non sposarmi, di non commettere quello che, a parer suo, sarebbe stato l'errore più grande e più grave che potessi commettere. Quella sera rimanemmo circa 6 ore al telefono, dove lui mi supplicava di tornare sui miei passi, promettendomi amore, rispetto e dedizione eterni.

Il mattino seguente, chiamai J. e cercai di spiegargli, mio malgrado, le ragioni per cui avevo deciso di rifiutare la sua proposta. Partii quello stesso pomeriggio con un volo diretto per Tokyo.

A questo punto, ti starai chiedendo se alla fine io mi sia sposata con il tipo di New York e se abbia avuto qualche rimpianto verso la vita che avrei potuto avere. Ebbene, tornata a Tokyo, dopo qualche mese, io e quel ragazzo di NY ci siamo sposati. Lui era intenzionato a mantenere le promesse che mi aveva fatto al telefono quella sera.

All'inizio, eravamo felici. Chiunque avrebbe potuto scommettere che sarebbe durata.

Eppure, quella che credevo una favola, ebbe un epilogo prematuro. 

Ero sempre stata una testa calda, una fuori dagli schemi. Mia madre se ne era già accorta quando ero solo una bambina: "Faticherai a trovare un uomo che ti prenda, con questo caratterino che ti ritrovi!".

Quel ragazzo di NY non era da meno. Aveva preso a scaricare su di me il peso delle responsabilità legate alla nostra attività. Essendo di madrelingua giapponese, mi occupavo di tutto quello che lui non era in grado di fare da sé. Per altro, il fatto che io parlassi bene l'inglese non lo aveva mai motivato abbastanza a studiare seriamente il giapponese. Ero esasperata e troppo occupata per potermi occupare anche di lui. Un ragionamento egoista, probabilmente. Ad oggi non saprei ben dire.

Il mio essere occupata e spesso assente gli servì da pretesto per cercare compagnia altrove e farsi qualche dipendente. Fu lui stesso a dirmelo, poco dopo anche le stesse donne con cui era stato, che mi erano fedeli quanto basta da decidere di affrontarmi di petto e dare le dimissioni. Scoprirlo fu comunque uno shock per me. Avrei dovuto immaginarlo, del resto era un uomo avvenente, un americano dagli occhi azzurri e i capelli biondi. 

Da quel momento ho cominciato a guardarlo con occhi diversi. Dentro di me sentivo che qualcosa era morto per sempre. La verità è che gli uomini non andrebbero mai lasciati soli e le donne, che si sappia, non hanno sempre bisogno di soluzioni, ma di semplice empatia.

Adesso che sono riuscita a convincerlo a firmare le carte del divorzio, lui si professa innamorato. "Lo sono sempre stato", grida e piange al telefono. Per la prima volta nella sua vita, credo si sia finalmente reso conto che dopotutto non ero poi così male come aveva preso gusto a farmi credere negli ultimi anni.

La guardo in silenzio, mentre mi rivolge un amaro sorriso. Non riesco a interpretare la sua espressione, non so capire esattamente se quello che prova sia disfatta, rimpianto, rabbia oppure rancore ... 

Il tempo della nostra lezione intanto è finito.

Leggere l'aria, in giapponese 空気を読む(kūki wo yomu), è l'occasione per imparare ad ascoltare gli altri, accorgersi di dettagli che potrebbero fare la differenza nei rapporti umani. Si impara a non dar fiato alla bocca inutilmente, a domare i propri istinti, quello che l'ego vorrebbe fare a discapito dell'altro. Si impara l'arte del tacere o della selezione delle parole. Queste ultime vanno sempre scelte con cura, specie quando ci si prepara a invadere la sfera altrui.

Leggere l'aria implica uno status di sensibilità quasi sovrumana e il silenzio è oro, perché lascia che l'etere dia voce ai pensieri del mondo. 

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