Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: Del partire da zero e imparare a fidarsi

Sveglia al mattino presto, come spesso accade anche nei giorni liberi, quelli rari del week-end. 

Gennaio è l'inizio, il prologo di un libro appena iniziato con la paura, ma anche la curiosità di sapere come andrà, di come evolverà il futuro

Gennaio è la casa nuova da abitare in due, la prima convivenza, la prima vera condivisione di tutto prima del grande passo.

Profuma di legno la scala all'ingresso, che ha due piccoli cactus agli angoli: uno accompagnato da un Daruma e un altro sormontato da uno Sky Tree pieno di zuccherini. 

Oggetti che mi sono divertita a piazzare lì, come ad accogliere chi verrà a trovarci da ora in avanti, e magari regalar loro un sorriso.

Nella living che ci accoglie alla fine della rampa, c'è un tavolo con sole due sedie. Gli scatoloni stanno via via diminuendo, così come il loro contenuto sta piano piano trovando il proprio posto nella nuova dimora.

La camera da letto ha due finestre, ma una è ancora sprovvista di tendine, e allora la luce del mattino punta dritta sui miei occhi e mi avverte che si è già fatto giorno. È il momento di alzarsi e attivarsi. È la nuova vita che richiede programmazione e io voglio godermi questo giorno il più possibile, sin dalle prime luci dell'alba.

Mentre lui ancora dorme, sistemo e rassetto. Metto ordine fuori e dentro di me.

Scruto il frigo e cerco di capire come mischiare bene gli ingredienti che ho davanti per il pranzo. La nuova cucina è grande abbastanza da esperire la gioia culinaria e così, in poche ore, la pentola è sul fuoco. 

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Le vacanze in Italia mi sembrano già un ricordo lontano. Non mi sono fermata un attimo da quando sono tornata a Tokyo, dove ogni giorno è stato tutto un trovare soluzioni; telefonare per disdire e richiedere; caricare e scaricare scatoloni; smontare e rimontare mobili, con le mani che si sono ferite più volte e quasi incallite; documenti e pratiche da compilare e consegnare. In mezzo, qualche problemino di salute, ma in fondo la normalità.

Così di colpo:「落ち着いて!」(ochitsuite), mi sono detta in questa lingua, che nella semplicità del tratto svela sempre verità"Calmati, rasserenati!". "Resetta!".

落ちる (ochiru) = cadere

着く (tsuku) = giungere, arrivare

"Arriva a cadere!". "Tocca il fondo!".

"Azzera le tue emozioni!" e poi "riparti da capo!".

Ultimamente, me lo ripeto quasi ogni giorno, come un mantra. È un'esigenza dettata dal mio corpo, che quasi mi implora tregua, e si fa impellente come il bisogno di dare fiducia e lasciarsi un po' andare alle cure del prossimo. La convivenza mi insegna a (con)dividere tutto, specie i problemi e le difficoltà. 

In giapponese fidarsi, credere ha le fattezze di 信じる (shinjiru), dove il primo tratto a sinistra è quello di 人(hito, persona) e il secondo a destra è 言, kanji di 言う (iu, dire), 言語gengo, lingua), 言葉(kotoba, parola) e così via. Allora, 信 (shin) si profila come colui che parla, dice qualcosa. Eppure non è semplicemente così come sembra.

Proprio dentro il kanji 言 si nascondono ancora due caratteri: i quattro tratti orizzontali, in una stilizzazione antica, vengono associati al kanji 辛 di 辛い(tsurai, doloroso), dove una mano tiene e adopera un coltello. In basso, troviamo poi il kanji 口 (kuchi) di bocca.

Allora, 信 di 信じる non è solo colui che parla per dire qualcosa, ma piuttosto un individuo che parlando ferisce, rivela delle verità scomode che non ci compiacciono, ma che piuttosto ci feriscono, eppure ci servono per affrontare la realtà per quello che è. Anziché condannarlo per questo, dovremmo imparare a credergli, a dargli fiducia appunto, perché quello che avrà da dirci non sarà forse la cosa migliore che avremo sentito, ma non sarà di certo una bugia. 

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