Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Toyko: Chiedere scusa o dell'acqua torbida

Il tempo mi sfugge di mano e le giornate si susseguono, seppur piene, a ritmi che non saprei definire. Intanto, Tokyo si fa sempre più fredda, annunciando dicembre e con esso l’inverno.

Fremo all’idea di Natale, di un ritorno breve in Italia che si farà presto ripartenza, ma ormai Tokyo è casa e ora che il permesso si è rinnovato, così come la speranza lo aveva partorito, questa realtà si conferma più forte.

Sedute in una caffetteria al Marui di Kichijōji, R. mi chiede consigli sulla pronuncia e l’intonazione di alcune battute della Bohéme. Tra un quadro e l’altro di Puccini, mi racconta dei suoi amori, della passione che la pervade. Perché quegli amori, di cui studia sapientemente le parti, in fondo le appartengono più di un semplice ruolo.

Mi parla delle sue delusioni recenti, di quegli amori che hanno preso e preteso, senza darle nulla in cambio e, fra questi, anche quello di un ragazzo italiano.

R. passa all’attacco, gli rimprovera appuntamenti rimandati e quella mancata dedizione che i più credono sia connaturata all’uomo latino. 

Eppure, il ragazzo che R. ha conosciuto pare non sia mai stato capace di dirle “grazie” oppure “scusami”.

Noi giapponesi chiediamo scusa in ogni circostanza e non perché ci sentiamo in colpa", incalza, "ma perché sappiamo che l’altra persona potrebbe aver patito un fastidio a causa del nostro comportamento egoista. Chiediamo scusa più per l’altro, che non per il nostro bisogno di essere assolti”.

Un pensiero per certi versi illuminante, che mi giustifica e chiarifica altri episodi antecedenti.

Nello stereotipo culturale, i giapponesi sono quelli “gentili”, che chiedono scusa sempre, anche quando non è richiesto, e questo in parte contribuisce a contraddistinguerli per gentilezza e altruismo.

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In Giappone, chiedere scusa non è necessariamente un'ammissione di colpa. Ci si scusa perché il disturbo, il fastidio, la sofferenza dell'altro conta più del proprio io che ha agito per se stesso, perdendo di vista il prossimo che lo affianca. Dimostrarsi costernati per quello che, pur non volendo, si è causato; per quello che, sebbene non ci tocchi personalmente, lo fa indirettamente attraverso il disappunto dell'altro che ci vive accanto, intorbidendo le acque del suo quieto vivere: questo è il senso profondissimo del chiedere scusa in Giappone.

Il termine すみません (sumimasen) con il quale si è soliti scusarsi in giapponese, deriva dall'espressione 水が澄む (mizu ga sumu), che indica l'acqua limpida cristallina, in quanto quieta.

すみません (sumimasen), nella forma negativa del verbo 澄む sumu, indica invece l'esatto contrario: l'acqua è stata smossa, dunque è torbida.

Mi scusi se ho smosso le acque della sua quiete, sembrano voler dire i giapponesi e lo fanno in ogni momento ritengano ce ne sia bisogno, senza star lì a chiamarsi la ragione e a puntare il dito. Perché il dispiacere altrui, il disagio provato dall'altra persona viene prima di se stessi, prima del proprio interesse. 

Questo popolo mi insegna quindi a chinare il capo, a preferire l’armonia e il quieto vivere allo scontro fine a se stesso. Alla base di così tanta gentilezza, cortesia, armonia c'è il rispetto verso tutti e tutto, l'educazione alla rettitudine e alla correttezza.

E questi valori, se perseguiti dai più, diventano un incentivo per il singolo a seguire il buon esempio e farlo proprio. Non pensiate, dunque, che questi valori siano un'esclusiva della realtà giapponese. La verità è che a scusarsi e a dire grazie ci vorrebbe sempre qualcuno che ce lo insegni, che ci dia il giusto esempio. Ma ognuno di noi può diventare quel modello, basta solo volerlo fortemente.

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