Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: Ricordo la gioia

Tra i pochi libri che ho portato con me a Tokyo dall'Italia, ce n'è uno di Terzani.

Lo ritrovo sulla mensola e già dalle prime pagine mi accorgo che, ancora una volta, è stato il destino a guidare le mie mani sulla libreria, tra righe di parole che sposano perfettamente le riflessioni di questi giorni.

Tutto è diventato così facile oggi che non si prova più piacere per nulla. Il capire qualcosa è una gioia, ma solo se è legato a uno sforzo. (T. Terzani, da "Un indovino mi disse")

La gioia, uno stato semplice di benessere, quando il cuore ci sorride e sorride al mondo e quando quello che ci circonda, improvvisamente, spalanca le braccia per accoglierci nel suo abbraccio.

La gioia, di soppiatto, ci sorprende accoccolati sul divano di casa, con mamma che ci dorme accanto e papà che rientra dal lavoro; ci ritrova alla vigilia di Natale, mentre condividiamo i ricordi di un anno con i nonni, accanto all'albero e alle sue lucine intermittenti. E poi ancora sulla ruota panoramica, davanti a una proposta che è insieme promessa di felicità e compagnia eterna.

La gioia, esattamente come il dolore, non si può predire. Ci coglie alla sprovvista, perché (volendoci pensare) se non lo fossimo davvero (impreparati), non esisterebbe, né saremmo in grado di provare emozione alcuna e ciascun momento finirebbe per essere identico a se stesso e così a ogni altro.

Non esiste gioia senza sforzo, senza fatica e senza impegno. Non esiste gioia senza dolore. E Terzani, seppur con altre parole, credo intendesse dire proprio questo.

                                f:id:fudemameintokyo:20181014075938p:plain

Era il 2015 e più precisamente il mese di dicembre. Erano trascorsi già un paio di mesi da quando avevo presentato tutti documenti e non sapevo se l'ufficio immigrazione mi avrebbe o meno accordato il permesso di soggiorno in Giappone.

Davanti al mio solito caffè della mattina e a quell'email che da Tokyo mi chiedeva ancora paziente attesa, ricordo di aver condiviso con mia cugina lo sconforto, ma ancor più il presentimento che le mie aspettative sarebbero state disattese. Il destino, pensavo, si stava divertendo alle mie spalle.

Pochi giorni dopo, alla vigilia di Natale, ricordo di aver pregato più forte. Mi ero appena congratulata con un'amica, seduta alla mia destra, a cui era stato confermato il dottorato e lei, più di chiunque altro, sapevo che meritava quella gioia. Una gioia importante, la stessa che inseguivo anch'io da mesi.

Nella tensione di quel momento, cercavo di giustificare a me stessa l'attesa, che nell'incertezza del futuro si era già fatta disillusione e delusione. Ma in quel preciso istante non potevo immaginare, né sapere che il destino aveva già in serbo per me la risposta.

Il giorno seguente, proprio a Natale, arrivata in allegato come un pacco regalo lampeggiava sul cellulare la comunicazione ufficiale che ce l'avevo fatta. Il permesso mi era stato accordato. Un permesso lungo, di quelli che di rado vengono concessi al primo tentativo.

Ricordo di aver pianto davanti al mio caffè di quel 25 dicembre e di aver condiviso con mia madre la gioia di quegli attimi. E lei sarebbe stata la sola per i primi giorni a seguire, perché certe verità vanno rivelate a bassa voce, specialmente se oltre alla felicità nascondono il germe del dolore. E io sapevo che quella notizia, per quanto per me meravigliosa, avrebbe arrecato del dispiacere a chi della mia presenza aveva fatto una costante (forse anche un'abitudine).

Ricordo il cambiamento, ancora una volta urgente, che mi centellinava il tempo di quei giorni.

Ricordo l'inverno rigido ad accogliermi a Narita, la neve immobile a contornarne i marciapiedi e le strade. La telefonata a M. dal telefono pubblico dell'aeroporto: "Sono appena atterrata!". Con me due valigie pesanti, colme del solo necessario; il libro di Terzani e una penna speciale dentro lo zaino di sempre, quello dei tempi del ginnasio. 

Nel cuore la gioia, sincera e smisurata. Improvvisamente, il tappo alle ansie era saltato, e queste erano volate via, liberandomi, finalmente!

                            f:id:fudemameintokyo:20181014080010p:plain

Da quel giorno sono passati quasi tre anni, anni durante i quali Tokyo è stata silente spettatrice di un processo evolutivo naturale, ma pieno di ostacoli, che mi ha visto cadere e rialzarmi molte volte.

A ogni schiaffo ricevuto, Tokyo mi ha visto porgere l'altra metà del viso, instancabilmente. Perché qui ho imparato a limare e domare la mia indole; a preferire il compromesso allo scontro; l'umiltà di essere prima ospite e poi convivente. 

Nei sorrisi e soprattutto nelle lacrime, la gioia sempre presente, a non farmi rimpiangere un solo giorno di questi anni. 

La gioia che, ancor prima che "ricevere", è dare e sacrificare qualcosa di se stessi, di quello che si è sempre creduto indispensabile, ma che in fondo non lo era poi veramente.

Copyright© 2017-2018 Eleonora Blundo. All rights reserved.