©Eleonora Blundo

Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: 立つ鳥、跡を濁さず o dei giapponesi che non lasciano tracce

Ho letto un articolo qualche giorno fa, dopo l'uscita della nazionale giapponese dai mondiali di calcio. L'articolo in questione elogiava le buone maniere della squadra e, nel caso specifico, l'aver ripulito lo spogliatoio, lasciando nient'altro che un biglietto per ringraziare la comunità russa dell'ospitalità.

Lo commentavo insieme ai miei studenti che, biglietto a parte, hanno definito l'episodio scontato.

"Se io prendo una cosa in prestito e la uso, poi ho il dovere di restituirla esattamente come l'ho presa", asserisce il primo con determinazione.

"Io non credo sia qualcosa di cui stupirsi, ma piuttosto una cosa ovvia!", sentenzia il secondo.

"Giustamente..." - penso tra me e me. Eppure davanti al senso di civiltà giapponese ammetto che anch'io mi scopro spesso strabiliata, forse perché in certi ambienti il rispetto per gli altri, specie per le cose altrui e i luoghi pubblici non sempre è la regola, ma talvolta (purtroppo) l'eccezione. E così, come me, tanti altri finiscono per fare di quel senso di civiltà un episodio degno di nota e di lode, quando invece dovrebbe essere semplice normalità.

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In Giappone, ogni singolo individuo viene responsabilizzato ed educato al rispetto del pubblico sin da piccolo. Si prendono i giochi, si usano, ma non si rompono; si usano, ma poi vanno rimessi a posto; si va via dalla caffetteria, dove si è appena fatto colazione, e ci si assicura di non aver lasciato niente sul tavolo; si trova un oggetto per strada e non ce ne si appropria, piuttosto lo si raccoglie e lo si appoggia poco distante, al sicuro, perché il proprietario potrebbe tornare a cercarlo. Quante cose ho ritrovato grazie a questa forma di cortese empatia!

C'è poi l'educazione allo smaltimento dei rifiuti: la carta va nell'apposito cestino, così le lattine e le bottiglie di plastica. Se il contenitore non è disponibile, allora la cartaccia, la lattina o la bottiglia che sia va messa dentro la propria borsa e portata fino a casa. Quel rifiuto ci appartiene e non sarebbe giusto lasciare che qualcun altro lo trovi dove non dovrebbe.

"Sarebbe una cosa imbarazzante!", mi confessa il terzo.

C'è un'espressione giapponese, 原状復帰 (genjō fukki) che indica il ritorno (復帰, fukki) allo stato originario (原状, genjō) delle cose e suona più come un invito: qualunque uso si faccia di una cosa presa in prestito, tale cosa va rimessa esattamente dov'era e per com'era, così che altri possano beneficiarne a loro volta, ancora e poi ancora.

Accade quindi che i kimono furisode, quelli dalle maniche lunghe usati per le cerimonie importanti, accompagnino ogni giorno donne diverse all'altare, ogni giorno come fosse la prima volta, la loro prima uscita dalla sartoria, la prima dalla scatola ancora confezionata.

E i kimono sono solo un esempio fra le tantissime cose (anche di valore) che la comunità giapponese riesce a condividere civilmente. Non troverete probabilmente bagni pubblici più puliti di quelli giapponesi!

立つ鳥、跡を濁さず

/Tatsu tori, ato wo nigosazu/

"L'uccello che si alza in volo, non lascia tracce", recita un proverbio e i giapponesi sono esattamente come questi uccelli, che non sporcano il nido che abitano, né lo stagno da cui bevono e da cui poi spiccano il volo. I giapponesi non lasciano tracce.

C'è un rispetto profondo e profuso per tutto ciò che non può definirsi solo nostro e non si prova piacere nel rompere, sporcare, rovinare, offendere oggetti, luoghi e persone. Se accade, è una vergogna, non un vanto, e la vergogna, in giapponese 恥 (haji), ha le orecchie (耳, mimi) che palesano l'imbarazzo arrossendo, perché un cuore (心, kokoro), quando sbaglia, deve saperlo riconoscere.

Special credit to R. Yamada for the header and R. Biancardi for the profile picture.