Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: Natsukashii è la nostalgia

La nostalgia ha le note di "No one" di Alicia Keys (2007) e "Come foglie" di Malika Ayane (2009); "Ero contentissimo" di Tiziano Ferro (2006) e  "Somebody that I used to know" di Gotye (2012). Melodie che hanno accompagnato un pezzo di vita già trascorsa.

La nostalgia ha l'odore dell'olio per capelli che ho comprato in Italia, al ritorno dal Giappone per le vacanze di Natale. Sembrano passati anni, eppure era solo il 2016, e quell'essenza di sandalo e semi di lino mi riporta rapidamente a quei giorni, quando vivevo a metà tra due realtà lontane senza sentirmi inadeguata in nessuna.

La nostalgia ha il gusto del tiramisù della mamma la domenica di un anno qualunque e del salameturco della zia nelle ricorrenze speciali; del cono gelato alla fragola che la nonna comprava ogni pomeriggio d'estate dal furgoncino ambulante, lo stesso gusto che ritrovo nei biscotti rosa capriccio del Seven Eleven.

Me li fa assaggiare per caso la collega e il ricordo di me bambina trepidante alla sirena del furgoncino si fa dejavu.

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La nostalgia ha il tempo scandito da pause al caffè con la nonna, sotto la grande finestra della sua cucina, che per la malattia non ha più usato. Pause che restano un ricordo fermo al 2008 assieme a lei, la sua vestaglia blu e la sua tazzina speciale con gli iris, quella che adesso mamma protegge in una credenza. 

Annate che si susseguono uguali e momenti che dentro queste si susseguono diversi: c'è il 2005 e poi il 2007, il 2012 e poi il 2015. Anni all'italiana, fatti di gioia e dolore che oggi si mescolano indistintamente, facendosi tutt'uno con la nostalgia.

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Camminando per la via lunga, stretta e in salita che mi riporta a casa dalla stazione, alla sera quando il cielo è ormai blu scuro, sento profumo di carne alla brace e peperoni, ma forse è solo il kinpiragobō. Ѐ subito luglio in Italia, con le cene in veranda, poco dopo il calare del sole, e in sottofondo lo stereo di una macchina che passa alla radio l'ultimo tormentone dell'estate.

La bellezza delle cose semplici, nell'ignoranza fortunata di quello che è il resto del mondo.

Attraverso l'incrocio di Shibuya da una parte all'altra, stretta tra la gente che mi viene addosso e mi spalleggia. Ripenso alle passeggiate nella lunga piazza di paese che come una colonna vertebrale lo spacca in due ed è un gelato a Santa Flora e un Crodino al pub. Stradine che in estate diventano un groviglio di folla e chiacchiericcio. "C'è troppa gente!", lamenta qualcuno, ma è solo questione di proporzioni e capienze. Tokyo me lo ricorda ogni giorno.

Salgo in macchina con K. e la sua famiglia, al ritorno da un Sushi bar un venerdì sera e la nostalgia è il giro in macchina all'ora tarda per le vie del paese di provincia, con gli occhi che fanno a botte col sonno e la volontà che lo contrasta inutilmente.

Dal finestrino, Tokyo improvvisamente si riduce: agli stradoni solo stradine, che si attorcigliano tra gli abitacoli di una metropoli sconfinata e l'occhio che si perde a scrutarne i dettagli. Non sembra più lei, Tokyo, ma il mio paese alla sera, a un ritmo che dondola lento la culla.

La nostalgia vive attraverso un ricordo e il ricordo prende vita attraverso i sensi,  al contatto con la realtà. E questo mi dimostra che puoi vivere dall'altra parte del mondo, non vedere il mare e non nuotarci per anni, ma non dimenticherai mai quello che è stato, né quello che hai vissuto.

懐かしい (natsukashii) in giapponese è la nostalgia, con gli occhi che si commuovono per quello che non c'è più, ma che il cuore 心, ostinato, non dimentica.

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