©Eleonora Blundo

Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: La pazienza nell'ironia beffarda

È arrivato giugno e con esso la stagione delle piogge, quella che stropiccia e inumidisce gli abiti e le acconciature delle occasioni importanti. Ma anche quella dalle divise scolastiche di cotone, il canto squarciato delle cicale e il mare che luccica sotto i raggi del sole. Nell'aria, l'incenso antizanzare delle cene italiane in veranda e il vento che impercettibile muove le fronde degli alberi, ridestando le corse con lo scooter nel paesino di provincia. Tempi che ormai sono non più che un ricordo. 

Nel suo essere tremendamente incostante e variabile, il clima giapponese si richiama a una natura incontrollabile e incontrastata, e per quanto si possa pregare il vento di non metterci sottosopra la frangia dei capelli, la pioggia di non bagnarci il vestito e il caldo afoso di non farci sudare, non ci sarà verso di ostacolare il suo piacimento. 

                          f:id:fudemameintokyo:20180606202013p:plain

In questi anni ho imparato dai giapponesi ad accettare con rassegnazione i capricci del vento, l'ironia della pioggia e gli smacchi dell'afa, ché non serve dannarsi, né inveire, ma al contrario bisogna continuare a rispettare e amare la bellezza dell'effimero che rischia, sempre con maggiore rapidità, di estinguersi del tutto nell'urbano.

La pazienza giapponese,  我慢 (gaman), è  un concetto difficile da comprendere prima, ed esercitare poi, ma una volta che si riesce a coglierne il senso ultimo e profondissimo, ecco che la gioia del vivere quotidiano emerge come macchie d'olio su una superficie d'acqua: vivaci e compatte. 

Secondo una prima analisi dei singoli ideogrammi 我慢, gaman è l'attaccamento al proprio io e quindi una forma di orgoglio, arroganza e amor proprio. Il primo kanji 我, infatti, è quello di ware (=io), mentre il secondo 慢, man si richiama al sanscrito māna, che indica l'eccesso di un ego che non vede oltre se stesso. 

Oggigaman indica la resistenza alle imposizioni del prossimo, rimanendo sempre fedele a se stesso. Un concetto come sospeso tra due dimensioni contrastanti, dove la propria identità va preservata, ma non imposta e quella dell'altro va rispettata, ma non assecondata del tutto.

Insomma, un io che impone la sua volontà va scoraggiato esattamente come un io che rimane succube.

f:id:fudemameintokyo:20180606203709p:plain

La pazienza dei giapponesi è ammirevole, quasi surreale per me che a volte cedo all'impazienza se c'è da aspettare troppo, alla frustrazione se dopo ore di lavoro, devo ancora fare chilometri in treno e a piedi, prima di poter finalmente mettere un punto alla mia giornata. 

Ma in fondo, a che cosa servirebbe sbraitare e dannarsi? Imprecare e dare voce alla rabbia?

L'altro giorno, mi interrogavo sul perché della cattiveria umana, che non conosce barriere culturali, ma che al contrario si dipana indiscriminatamente tra l'una e l'altra cultura. Mi chiedevo che piacere si possa provare nel rendere impossibile la vita al prossimo, demolendone l'autostima, oltre che la delicata psicologia, solo per dar sfogo alla propria frustrazione.

In uno scambio interessante di pensieri e opinioni a questo proposito, è venuto fuori un detto giapponese che alla cattiveria va incontro con ironia.

「空があんなに青いのも 電信柱が高いのも 郵便ポストが赤いのもあたしが悪いのよ。」

/Sora ga anna ni aoi nomo denshimbashira ga takai nomo yūbin posuto ga takai nomo atashi ga warui no yo/

(Se il cielo è così blu, se il palo della luce è alto, se la buca delle lettere è rossa, la colpa è solo mia!).

Nell'ovvietà di fenomeni che non ci riguardano, ce ne facciamo ugualmente carico, perché saranno i fatti e la vita stessa, con il tempo, a restituirci le ragioni che ci spettano. 

Non serve dunque prendere a schiaffi la cattiveria con altrettanta cattiveria, per quanto la lex talionis possa portare a un compiacimento più immediato (seppur momentaneo), ma bensì l'esercizio della pazienza, che non agisce per gesti avventati e schiva il rimorso. La pazienza che si sposa all'ironia e l'ironia che la cattiveria becera non la prende sul serio, ma al contrario se ne burla, la beffeggia e la deride in silenzio, lasciandole credere di averla avuta vinta, mentre invece ne ha segnato la fine.

Special credit to R. Yamada for the header and R. Biancardi for the profile picture.