Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: La paura è una scala di rime

Se ad aprile serpeggiava la frenesia e l'entusiasmo per i numerosi cambiamenti in corso, a maggio tutto s'acquieta e gli animi ritornano blu, esattamente come lo erano stati a marzo, prima che l’idea del cambiamento si facesse atto.

Il clima, del resto, ha fatto la sua parte, rifacendosi inverno e regalandoci ancora piedi freddi e nasi gocciolanti. Come nell’incertezza di un passo che stenta ad essere compiuto e quel passo è l'estate.

Con le colleghe al lavoro si cerca di intraprendere discorsi frivoli, che possano alleggerire il rientro dalla Golden Week e la pesantezza prevista nei mesi a venire. Io torno, mio malgrado, ad assorbire come una spugna nozioni, parole ed espressioni. Mi rifugio nell'apprendimento costante, che mi regala soddisfazione anche nei momenti bui e sterili. 

                         

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È lunedì e fuori dalla finestra c'è un temporale. Un tuono improvviso squarcia il cielo ed è subito panico.

地震? (jishin)」Il terremoto? - Chiede ad occhi sbarrati la collega.

「雷!(kaminari)」Un tuono. - Le risponde l'altra.

「家事、親父・・・(kaji, oyaji)」Incendi e padri... - Continua la terza e tutte scoppiano improvvisamente a ridere.

La mia perplessità si fa subito manifesta e reclama, nell'espressione che è già punto di domanda, una spiegazione.

地震、雷、家事、親父」(jishin, kaminari, kaji, oyaji) è un proverbio antico, che in una scala di quattro termini in rima definisce la paura per i giapponesi: al primo posto, fra le cose più temute, ci sono i terremoti, seguiti in ordine da tuoni, incendi e… padri.

Mi viene spiegato che la figura paterna veniva associata al rigore di un'educazione spesso manesca, al rispetto e alla devozione, elargiti anche nelle più piccole dimostrazioni quotidiane, come l'essere servito per primo durante i pasti, con una ciotola di riso ben più grande rispetto a quella riservata agli altri membri del nucleo familiare.

Oggi le cose sono cambiate e i ruoli sono andati via via sfumando gli uni dentro gli altri. Così talvolta la severità spetta alle madri, mentre il permissivismo ai padri.   

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Nella lingua giapponese, la paura è molteplice. Essa si dispiega attraverso termini che, nella loro articolata composizione di ideogrammi, ne delineano sfumature di significato in un gioco di percezioni sottili.

Se nel kanji 怖 di 怖い (kowai) la paura è un panno 布 (nuno) alla destra del cuore 心 (kokoro), forse prontosoffocarlo, nel kanji 恐 di 恐い (kowai) la paura è l'ombra pendente di una mano e un cesello 巩 sul cuore 心 (kokoro), forse pronti a trafiggerlo. Nel primo caso, la percezione è quella del soffocamento che toglie il respiro e ostacola il battito, allora la paura si fa ansia (緊張 kinchō) e apprensione (心配 shimpai), stati d'animo prossimi al panico. Nel secondo caso, la paura mischia carne e sentimento, facendosi invece dolore (痛み itami).

La paura rimane comunque uno stato del cuore che, a seconda del contesto, può sentirsi soffocato oppure trafitto, e l'inquietudine fa a pugni con la sofferenza.

Ma per i giapponesi, questo gioco di percezioni diverse non sembra avere alcuna importanza, tant'è che i due ideogrammi, letti allo stesso modo, sono spesso intercambiabili fra loro.

Chiedo a K. che la sua lingua la insegna in aule gremite di studenti, ma la paura sembra aver colto anche lui sprovvisto.

"Chissà perché questi kanji ...", si domanda fissandoli.

Forse perché la paura, comunque la si percepisca, rimane uguale a se stessa: uno stato inusitato del cuore, che turba affligge l'animo umano. La paura, in fondo, ha un solo nome ed è il (sovra)dosaggio della sua percezione a suggellarne ogni volta le sottili sfumature di senso. 

(...) il cuore è come un aquilone che vola sopra il cielo e si abbandona ad un tifone, che puoi fermare con la forza di un padre, ma rimani bambino e continui a tremare.

Noemi - Porcellana - YouTube

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