Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: Della disperazione e dello sfogo

Sono le 5:00 di una domenica mattina qualunque.

Shibuya è sfregiata dagli eccessi della notte appena trascorsa. I giochi sono finiti ed è già nostalgia per il week end che è passato, come sempre, troppo in fretta

Aleggia nell'aria lo sconforto di chi ha vissuto ogni giorno della settimana nell'attesa e ora che questa ha raggiunto i suoi postumi, il senso di vuoto è proprio di chi, negli ultimi mesi, ha investito ogni energia sul saggio di fine anno e poi, in una sera, tutto si è concluso, lasciando posto ad un solo interrogativo: E adesso che succederà?

Per le strade è tutto un pattume, lascito di chi, senza ritegno, ha consumato il suo sabato sera ed è poi scappato a casa con il primo treno e le prime luci dell'alba, lasciando ad altri il compito di rimettere a posto.

Uomini in completo nero e grigio si sono accasciati dentro l'edificio della stazione. Alcuni di loro sono in coma etilico. Hanno ancora accanto le lattine di Sapporo. Altri semplicemente dormono, stremati da un sonno che deve averli colti all'improvviso.

Gli addetti della Keio line li chiamano a suon di sumimasen. Altri puliscono, rassegnati, le chiazze di vomito sparse qua e là. Per loro questa è la prassi del sabato sera, perché se cinque giorni su sette, Tokyo è impeccabile, i due rimanenti le si concede il lusso di strafare.

All'angolo, vicino alle biglietterie elettroniche, una ragazza dai capelli lunghi, fluenti e biondo platino, è accovacciata su stessa e piange di un pianto che la vuole sola in mezzo a tanti sconosciuti, che le si affrettano intorno. 

Il suo pianto è un pianto disperato.

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Disperazione in giapponese è zetsubō 絶望, termine che vede una speranza 望み (nozomiestinguersi 絶える (taeru).

E dal giapponese al latino il passo è breve. Desperare ... De – sperare ... Non - sperare.

La osservo per una manciata di secondi, mentre sembra sopraffatta da un senso di amara disfatta, e alla fine decido di avvicinarmi. Le porgo un fazzolettino di carta, di quelli che mi sono portata dall'Italia a dicembre, resistenti anche alle lacrime più persistenti.

「どうぞ! (dōzo)」 "Prego!" - Le dico allungando il braccio.

「大丈夫?(daijōbu)」 "Tutto ok?" - Continuo cauta, ma mi sembra di graffiare la sua bolla con la punta delle unghie, rischiando di farla scoppiare di botto.

Lei per un po' mi ignora, poi prende il fazzoletto e se lo porta al viso. Si asciuga le lacrime e finalmente mi svela il volto: ha il mascara completamente disfatto sugli zigomi, mentre le ciglia finte le orlano ancora la rima ciliare superiore. La colla deve essere waterproof.

「大丈夫?(daijōbu)」 - Ripeto ancora.

Lei mi fa cenno di sì col capo e raccogliendo le sue cose da terra si rialza in uno scatto.

Le chiedo che cosa le sia successo e lei mi risponde impercettibile 「絶望」, che nell'economia della parola svela più del non detto. La sofferenza di chi fatica ad esternare; il timore che questa si gonfi al contatto con l'aria e allora la si ostacola dentro di sé, sperando soffochi come una fiammella sotto al bicchiere.

Decidiamo di andare insieme al MacDonald, aperto per nostra fortuna 24h su 24, e davanti a un frappé io e una coca-cola lei, mi racconta di un ragazzo che ha tradito la sua fiducia, di un padre probabilmente disteso là fuori, da qualche parte, tra le vittime mietute dal sabato sera, e di una madre che si è talvolta sottratta al suo ruolo, lasciando che lei crescesse da sola e senza un esempio di donna.

La ascolto senza controbattere perché lo sfogo non richiede repliche.

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Sfogarsi in giapponese è toro suru 吐露する, che in due kanji, quello di vomitare (吐く, haku) e quello di tirare fuori, mostrare (露わす, arawasu), si palesa in un atto disperato di foga e impeto violento.

E mentre la ascolto tacendo, penso a quante vite ci sono là fuori, di cui ignoriamo l'esistenza; a quanto, alle volte, sia disperato il bisogno di essere ascoltati e compatiti, mentre si vomita tutta la sofferenza e la disperazione che si ha in corpo.

Chissà che cosa avrebbe fatto la ragazza, se avessi deciso anch'io di tirar dritto.

Probabilmente, sarebbe rimasta lì accovacciata ancora qualche minuto, poi si sarebbe asciugata le lacrime con il dorso della mano, macchiandolo del suo mascara (forse avrebbe tirato via anche qualcuna delle sue ciglia finte), avrebbe raccattato le sue cose da terra e si sarebbe tirata su in un sospiro profondo. In fine, si sarebbe incamminata verso casa come tutti e della sua sofferenza ne avrebbe fatto, ancora una volta, una fiammella disperata da tenere a bada.

Irama - Un giorno in più (Lyric Video) - YouTube

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