©Eleonora Blundo

Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: Di abiti e altre vite

A Tokyo c'è il culto dell'usato e Shimokitazawa ne detiene il primato.

Vestiti e camicette vintage; scarpe a punta tonda; fiocchi, trine e merletti.

Un tripudio di colori e accoppiate assurde, che fanno di quegli indumenti pezzi unici, appartenuti un tempo ad altri. Vite alternative che non ci sarà dato conoscere, ma solo immaginare. 

                         f:id:fudemameintokyo:20180424173232p:plain

Sono nata e cresciuta in una società dove la cultura del riuso e del riciclaggio, assieme alla consapevolezza dello spreco, sono come una goccia nel mare ... Non un'accusa, ma una verità.

Il Giappone mi ha insegnato ad essere cosciente e coscienziosa. 

Trattandosi di un arcipelago con un'estensione territoriale ridotta e una densità demografica in continuo aumento, il Giappone ha da sempre posto l'attenzione sullo smaltimento dei rifiuti, sensibilizzando la popolazione a un'autodisciplina domestica. 

Cosí, quando è possibile, al buttare si preferisce il donare o il rivendere, e le cose tutte ricevono una seconda occasione per accompagnarsi ad altre vite.

Da qualche mese, ho scoperto un paio di negozi tra Shibuya e Shimokitazawa, e ogni tanto, nei tempi morti da colmare, faccio un giro tra un reparto e l'altro. Per ogni capo, borsa o paio di scarpe, mi diverto a immaginarvi la persona che ne ha usufruito e che poi, in un giorno qualunque, ha deciso di sbarazzarsene, barattandolo per qualche yen.

Ogni abito è una donna; ogni scarpa un'occasione; ogni borsa un segreto.

C'è un vestito rosa, stretto in vita, corto alla coscia e dalla gonna che fluttua. Apparteneva ad una ragazza che, finita la scuola, lo indossava per dimostrare più anni di quelli che avesse in realtà. La noti mentre si affanna, passando in rassegna, uno ad uno, i negozi del 109 di Shibuya, correndo su e giù per l'edificio. 

Poco più avanti, un camicione a quadretti sui toni del beige di una ragazza che amava rendersi invisibile. Sguardo sempre basso sulla strada percorsa a passi stretti e lenti, capello corto sapientemente riposto sotto al berretto parigino, occhiale vintage calato sulla punta del naso.

Tra i vestiti d'occasione, sbuca poi un tubino grigio con delle gemme bianche al girocollo, appartenuto alla donna dai tacchi alti e dai capelli raccolti in un'acconciatura impeccabile. Il matrimonio della migliore amica l'aspettava alla Cerulian Tower una domenica di luglio. Quella mattina, disinvolta, aveva percorso con una falcata decisa, ma elegante il binario della JR. Una volta raggiunto il numero della carrozza che l'avrebbe accompagnata direttamente all'uscita sud della stazione, aveva tirato fuori uno specchietto e col mascara si era pettinata le ciglia, nel vano tentativo di allungarle ancora e poi ancora.

                       f:id:fudemameintokyo:20180424173451p:plain

Il carovita di Tokyo impone indirettamente lo scrupolo, discernendo tra il necessario e lo sfizio, dove la tentazione si insinua sempre a tradimento. Non impone regole, Tokyo, ma invita all'autocontrollo e all'autodisciplina.

Si risparmia dove si può, si rinuncia al superfluo e si paga il dovuto. 

Sembra che Tokyo abbia raccolto la materia tutta, da ogni parte del mondo, per racchiuderla dentro un solo perimetro. C'è di tutto e il materialismo, soprattutto tra le donne, è cosa assai diffusa da queste parti.

A volte si coglie impercettibile l'ossessione per le grandi firme come Prada, Coach, Louis Vuitton, che definiscono il range di borse e portafogli di sconosciuti. E li riconosci subito, perché l'occhio ti ci cade pur nolente. Non vedi che quell'oggetto, spiccare sul corpo esile di donne che, visibilmente, hanno risparmiato sul resto del vestiario per concedersi quel solo lusso.

Pezzi scoordinati, come toppe smistate a caso, lasciano che sia la borsa a giustificare l'abuso di colori e fantasie tra loro in attrito.

E mi tranquillizza la disinvoltura di certe accoppiate che l'occhio nostrano definirebbe forse di dubbio gusto, perché Tokyo, in fondo, lascia a ogni stile il giusto spazio per esistere e il suo occhio non giudica, piuttosto rimane indifferente. Quel pezzo scoordinato è solo un puntino tra miliardi di altri puntini e allora cosa vuoi che sia un pantalone rigato con una camicia a pois? Un calzino dentro un sandalo estivo? Una canotta a fiori su una maglia a maniche corte? 

Tokyo lascia fare. Lascia che nel vestiario non ci sia il rigore di certi ambienti, dove il dress code detta colori, stili e lunghezze, uniformando.

Per le sue strade, Tokyo lascia che ognuno vesta quel che crede, senza l'ombra condizionante e pressante di un giudizio sempre invadente. 

Special credit to R. Yamada for the header and R. Biancardi for the profile picture.