Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: Verde la speranza

È verde il colore delle hashi che ho ricevuto tempo fa in regalo, come simbolo di una "fiamma di speranza forte, luminosa e duratura".

È verde la penna di un ex collega. Un dono che nell'augurio di un domani in cui ci si possa rivedere e coltivare l'amicizia che ci lega, è cucita la speranza di un futuro migliore di ogni presente.

Verde è nel significato il nome della persona che mi ha accolto in Giappone, subito dopo il mio trasferimento. Che mi ha fatto da madre e anche da guida.

Verde, il colore predominante delle pentole e degli utensili da cucina, che senza accorgermene ho accumulato in questi due anni, come se la speranza, indirettamente, mi avesse guidato persino nel reparto "articoli per la casa". 

Verde la gonna che portavo ieri, a Shibuya, con in bocca la speme di chi pregustava un venerdì sera spensierato, dopo giorni di pesantezza e lavoro, e invece le disattese e il disappunto.

Come se a pianificare tutto al dettaglio, il rischio della delusione sia sempre in agguato. 

La vita sa sorprenderci sempre, nonostante le pianificazioni dettagliate, le agende fitte di impegni a ricordarci il passo successivo da compiere. E basta un ritardo, un incastro sbagliato, una valutazione errata a ribaltare i piani e la vita stessa.

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Qualche week-end fa, approfittando di un ponte festivo, sono stata a Kawaguchi, nella prefettura di Yamanashi, nella città di Fujikawaguchiko (富士河口湖町) che già nel nome racchiude in sé due meraviglie: il monte Fuji e il lago Kawaguchi.

Vicino al lago, in mezzo al verde degli alberi, ruscelli e terriccio, sorge un museo. Si tratta dell'Itchiku Kubota Art Museum, che ospita una meravigliosa collezione di kimono. Pezzi unici e dal valore inestimabile, frutto di un lavoro lungo tutta una vita. 

Tra i ricami e le sfumature di colore c'è la pazienza e soprattutto la dedizione di qualcuno che non conosco, ma che fondamentalmente comprendo nell'intento e nella motivazione. 

Mi perdo nell'osservarne i motivi, principalmente stagionali, e mi commuovo nel pensare che quello è proprio il Giappone a cui, inspiegabilmente, mi sento legata. Ogni tensione, ogni preoccupazione connaturata all'esistenza si attenua, quasi scomparendo tra quei ricami, nel ricordo del perché e del come sia finita qui.

Mi capita, ultimamente sempre più spesso, di immaginarmi in questa realtà fino alla fine dei miei giorni, perché pur nell'incertezza di quello che sarà, c'è la verde speranza che il presente perduri. E nella speranza, anche una manciata di ricordi fatti di persone, luoghi e momenti che tornano dal passato per posarsi sull'altro piatto della bilancia, come a complicare i giochi, a restituire i forse e i ma alle presunte certezze.

Un'altalena continua di emozioni e pensieri in contrasto che complicano la traversata verso il domani. 

E in questa traversata ancora la verde speranza, dura a morire, che le cose possano sempre prendere la piega giusta, che il destino mi sia alleato e non nemico, e che le ansie mutino sempre in grasse risate. 

Tokyo può presentarmi arcobaleni con la stessa rapidità con cui mi presenta temporali. Sa essere ogni cosa e il suo esatto contrario, e il cambiamento che le è connaturato non lascia spazio, né tempo ad abitudini ed equilibri di stabilirsi. Allora, forse, il segreto del viverla sta nel paradosso di un'abitudine che non è abitudine. Abituarsi a non abituarsi. Abituarsi a non adattarsi a circostanze e situazioni, praticando l'esistenza con il dovuto distacco.

L'imperturbabilità come prescrizione al turbamento. L'atarassia come fine ultimo.  

E allora, che ne rimane della speranza?

In quei kimono erano dipinti tutti i sacrifici di chi ha compreso il senso di una vita che a volte può dar tutto e altre può negarci le ricompense che ci spettano. In quei capolavori di manifattura, c'ho visto mani bucate dagli aghi, sporco di tinte a olio sul tatami e tanto male agli occhi. E mi sono commossa perché in fondo, anche quando la vita non ci ripaga degnamente degli sforzi e della paura, della rabbia e della delusione, ci pensa la memoria di quello che abbiamo seminato. L'operato corretto, la consapevolezza di aver agito per il meglio, come arma contro il male che torna alle porte del quieto vivere. E la speranza verde,  immatura e acerba, che per sua natura precede l'agire umano, lo motiva e lo sostiene ciecamente, a prescindere dai mondi possibili. La speranza, che deve esserci sempre, pur nel rischio della delusione e nel timore delle disattese.

Tokyo rappresenta esattamente quel rischio e quel timore. Nella speranza, verde, eternamente immatura, il giusto mezzo per andarle incontro. 

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