Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Ricordi come conchiglie del mare

I nonni di K. hanno una tenuta in un paese di campagna nella prefettura di Fukuoka, nel Kyushu (a sud del Giappone). Ed è lì che ho trascorso il mio primo nenmatsu nenshi (年末年始, fine e inizio dell'anno) giapponese, il primo lontano da casa e dagli affetti di sempre.

Un Capodanno diverso, che prende le distanze dal cenone e dai costumi a cui sono abituata, per lasciare spazio a un 31 dicembre intimo e semplice. L'occasione, per molti giapponesi, di tornare nelle città d'origine, a casa dei genitori o dei nonni, spesso situata in altre zone del paese, percorrendo chilometri e chilometri, in macchina, treno o aereo. E per le strade e le stazioni è tutta una frenesia felice

Ci si ritrova a festeggiare insieme nella stessa casa: nonni, figli, nipoti, cugini, zii ... Perché il Capodanno giapponese conserva lo stesso spirito del nostro Natale.

Potrei quindi raccontare della casa di legno dei nonni, col tetto tipico delle abitazioni giapponesi; dei dopocena sotto il kotatsu (il tavolo che si riscalda, dotato di coperta) e delle serate trascorse avvolta nel suo tepore, guardando programmi alla TV.

Potrei raccontare delle colazioni che sembravano pranzi e del tè verde servito al momento giusto, come a colmare il vuoto dei tempi morti, rasserenare lo spirito e riscaldare l'anima.

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Potrei raccontare delle passeggiate sulla spiaggia del Mar del Giappone, che ci separa dalla Corea, del blu scuro delle sue onde maestose e della paura che ho avvertito nell'immaginarvi uno tsunami. Potrei anche raccontare della giornata allo Space World, un parco divertimenti che ha chiuso i battenti dopo 27 anni proprio l'ultimo dell'anno. Perché qui la concorrenza è spietata e Disney Land (Tokyo) ha avuto la meglio, assieme allo USJ (Osaka).

Potrei raccontare nel dettaglio come ho trascorso questi sei giorni: delle corse verso la spiaggia e delle conchiglie che mi son portata dietro, perché il mare mi manca sempre; della prima visita dell'anno al tempio (hatsumode) e della preghiera che da mesi ormai è sempre la stessa, rinnovata nella forza e nel desiderio. Delle lacrime, che spesso non hanno un reale perché, ma sono pazientemente asciugate da chi sta imparando a conoscermi e che per ognuna versata mi regala un sorriso.

Oppure, potrei raccontare un'altra storia. Quella di una mamma che mi ha accolto come una della famiglia, pur essendo straniera, pur avendo altre abitudini. E di quanto io mi sia sentita a casa, nel senso più intimo del termine. Così a casa da avvertire adesso tutta la solitudine tokyota. Perché le mamme giapponesi sono protettive tanto quanto quelle italiane ed è tutto un "Mangia, mangia!", "Prendine ancora! Non far complimenti!", "Copriti! Prendi questa coperta e anche quest'altra". Attenzioni e premure che ti fanno sentire come a casa, a prescindere da dove ti trovi, e che hanno colmato un vuoto. Un vuoto che, per quanto sopportabile, permane e questo periodo dell'anno accentua sempre un po' a tradimento.

Momenti speciali, che hanno arricchito la mia permanenza qui, e che sono già diventati ricordi indelebili, sapientemente riposti nella scatola dei "ricordi belli", assieme alle conchiglie che mi son portata dietro dal mare.

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Ashiya, il paesino che mi ha accolto in questi giorni, è un Giappone che non si immagina.

Strade deserte e paesaggi spettrali. Qualche pescatore vicino alle rive del fiume, qualche macchina e poi il nulla. Il primo convenience store (che a Tokyo trovi ogni 10 metri e anche meno), l'ho avvistato dopo aver camminato per 45 minuti a piedi da casa (con la paura di trovarlo anche chiuso il primo dell'anno, cosa impensabile nella capitale). Segno (forse) che mi sto troppo abituando alle comodità di una città perfetta.

Perché Tokyo lo è: comoda e terribilmente perfetta.

Una desolazione, quella della campagna, che in Giappone non avevo ancora visto, né percepito. E Tokyo, devo ammetterlo, mi è mancata. Mi è mancata perché le sue luci, il suo caos fatto di gente, treni e grattacieli, sono come un tappo alle emozioni e ai pensieri. In questo, Tokyo mi è fedele alleata.

Sa che basterebbe meno di quello che è per farmi temere una solitudine che in fondo c'è, ma è tenuta a bada da una routine frenetica che non può concedermi troppe sviste e titubanze. 

Eppure Ashiya, la campagna, il mio primo Capodanno giapponese, la famiglia di K. hanno restituito a questo paese tutta la semplicità e la normalità che Tokyo un po' gli sottrae. Perché il Giappone è Tokyo, ma anche Ashiya; è caos desolazione, solitudine e compagnia. È tutto e anche il suo contrario. Perché ci sono volte in cui da e altre in cui toglie, come a voler ricordare che la vita è un continuo oscillare tra due metà opposte e complementari. Il segreto sta nel vivere a cavallo, senza credere che una metà sia migliore dell'altra.

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