Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: Di odori che fanno un posto "casa tua"

Atterro a Narita e l'odore mi è subito familiare. È l'odore della prima volta. Di quell'ormai lontano 2008 e di una ragazza minuta, con il sogno appena realizzato del Giappone.

È l'odore della mouquette dell'aeroporto; della valigia che esce all'ultimo, quando la speranza è andata via quasi del tutto e il fiato si sospende in gola. È l'odore dell'ufficio immigrazione e della dogana poi; dell'autobus verso Shibuya e dei sedili del treno verso casa. Di shampoo per bambini e balsamo per capelli, che sa di mare ma non lo è. 

È l'una e Shibuya non mi regala la solita rush hour. C'è una calma insolita. Un'occhiata rapida all'incrocio e mi sento di nuovo al sicuro da tutto. Dai saluti che ancora una volta sono stati strazianti, dagli abbracci sofferti degli ultimi istanti, dalle lacrime di chi se ne va e di chi resta.

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L'ingombro delle due valigie ringrazia l'insolita calma. Cammino verso casa e l'odore della mia via, del mio vicinato mi riempie le narici. È gas e naftalina, foglie d'autunno e rami spogliati dall'inverno che avanza. È il freddo secco, che taglia e fende.

È la stagione rigida delle ripartenze, la stessa che mi ha accolto due anni fa al mio trasferimento a Tokyo. 

È l'odore del tempo che cambia, incede e incalza. Il tempo che si ripete senza essere mai lo stesso.

Apro la porta di quella che ormai è casa mia e trovo ad accogliermi un impercettibile e stagnante odore di caffè, quello bevuto a poche ore dalla partenza per l'Italia dieci giorni prima. È rimasto lì ad accogliermi, come per ricordarmi che la vita cambia, ma certe mie abitudini rimangono quelle di sempre. Come certi amori e certi sentimenti destinati a perdurare nel tempo. Inspiegabili e incredibilmente eterni.

È l'odore di un presente che mi esalta e al tempo stesso mi terrorizza, perché è ormai troppo lontano dal passato per potersi guardare indietro e al contempo troppo incerto per poterci scorgere chiaro un futuro.

Dopo un anno, il secondo, trascorso in Giappone, il ritorno in Italia mi ha regalato un senso rinnovato di smarrimento e disagio. Perché nella distanza e nel tempo, si perdono le fila di tutto quello che è stato.

Delle vite di quelli che conosci da una vita; di quelli con cui eri solita frequentarti. Dei discorsi, che hanno dei precedenti, troppi da recuperare e sintetizzare, e finisci per non trovarti più con niente. Poco a poco ti accorgi di essere un estraneo in casa tua. E non c'entra il rinnegare le proprie origini che spesso e, senza diritto, qualcuno addita agli italiani residenti all'estero come fosse un torto commesso alla patria.

Accade, semplicemente ... 

Tokyo, adesso, è casa miaFino a quando ancora, questo non posso dirlo con certezza. E con la stessa incertezza, posso dire che tornerò in Italia un giorno. Purtroppo (o per fortuna), non faccio parte della cerchia di chi ha già sposato il proprio futuro; di chi ha trovato la sua stabilità, professionalmente e non. Non so come andranno le cose, cosa accadrà domani, né tra qui a un anno. E chi invece ha il dono di saperlo già (perché di dono si tratta), ha tutta la mia ammirazione. Davvero.

Ho imparato che la vita è un gioco di equilibri mentali ed emotivi. Che basta un pensiero, un ricordo in più per rimettere tutto in discussione, anche quelle piccole certezze che ti sei guadagnato a fatica. Allora ho pensato che questi equilibri debbano essere preservati con maggior cura e gelosia, anche a costo di non tornare più e continuare ad errare.

Il Giappone, adesso, è casa mia. Mi ha dato tanto e io ho preso tutto quello che è venuto. L'anno prossimo, sarà lo stesso. Poi, dopo, non si sa. Sono stanca del pensiero assillante del domani. Spesso ci si costruisce tutta la propria vita sul domani, dimenticandosi di vivere veramente.

Sto imparando, mio malgrado, che la vita è oggi. Il passato conta, ma è quello che non è più. E il futuro, che non è ancora, ha davanti a sé tutto il tempo per concretizzarsi.

Ad oggi, la mia vita ha questa forma e questi odori, inconfondibili e familiari. Odori che riconoscerei fra mille e che mi fanno stare bene. Odori che fanno questo posto, questa casa, questo paese, casa mia oggi. E mi faccio bastare questa felicità, che è autentica pur negli intoppi e nelle difficoltà che le si accompagnano. 

Me la faccio bastare perché, comunque vadano le cose domani, io oggi sono qui ed è la cosa più giusta che mi potesse capitare.

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