Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: Volti & Maschere

Il Giappone è il paese della forma e del dovere, del decoro e del rispetto manifesto. È il paese del gesto trattenuto, attento e calibrato; delle negazioni mai troppo rese e dei "sì" mai troppo determinati.

Il Giappone è il paese in cui, forse più che in altri, la lingua è lo specchio della società in cui si vive, del suo essere honne (本音, il vero sentire) e al tempo stesso tatemae (建前, la facciata), in un continuo alternarsi di volti maschere, verità e giochi di ruolo.

Esiste il sonkeigo (registro linguistico usato per elevare il grado dell'interlocutore) ed esiste il kenjogo (registro linguistico umile per riferirsi alla propria persona). 

Per qualcuno, forse, potrebbe trattarsi di semplice ipocrisia, simulazione di virtù, devozione e buoni sentimenti, per compiacere il prossimo e trarne un vantaggio. Personalmente non mi sento di dire che sia così, ma al tempo stesso non mi sento di affermare il contrario. 

L'armonia (調和, chowa) è un concetto  molto caro ai giapponesi, fondamentale quanto basta per decidere talvolta di sacrificare la propria serenità a favore del prossimo; la propria verità in cambio del comune quieto vivere. Ma mettere a tacere il proprio pensiero risulta spesso estenuante, fatale (nei casi limite) e non sempre basta a evitare le incomprensioni e i malumori, specialmente in ambienti ristretti come quelli delle kaisha (aziende). 

Gokai (誤解, equivoci) e kanchigai (勘違い, qui pro quo), scuse e inchini sono a volte l'inevitabile conseguenza di umori frenati e problemi interpersonali a lungo repressi. Un continuo ignorarsi e ignorare, perché purtroppo il confine tra onestà e scortesia non è sempre così chiaro e definito come sembra.

La società giapponese poggia ancora su complesse relazioni gerarchiche (上下関係, jogekankei), soprattutto negli ambienti di lavoro, dove c'è sempre qualcuno al di sopra di qualcun altro e qualcun altro al di sotto di qualcuno.

f:id:fudemameintokyo:20171115170522p:plain

"Il signor Haneda era il capo del signor Omochi, che era il capo del signor Saito, che era il capo della signorina Mori, che era il mio capo. E io non ero il capo di nessuno. Si potrebbe dire diversamente. Io ero agli ordini della signorina Mori, che era agli ordini del signor Saito, e così di seguito, con la precisazione che gli ordini verso il basso potevano saltare i gradini della scala gerarchica (...)".

(Cit. "Stupore e Tremori", Amelie Nothomb)

Questo significa che, all'interno della società, a ognuno viene implicitamente chiesto di assumere un ruolo e giocare una parte, la quale verrà dedotta dalla situazione, dalle persone e dal tipo di relazione fra le parti coinvolte.

Il rispetto può avere mille sfumature, alcune più o meno sinceregenuine di altre. Stima, ossequio, servilismo... E non è raro che il confine fra queste diventi labile e impercettibile.

La convinzione che i giapponesi non piangano di fronte al prossimo, che gli vada bene tutto (o quasi) e che non esternino mai le proprie emozioni, è assolutamente inesatta e inappropriata.

I giapponesi (non tutti, s'intende) si aprono con chi merita di scorgere il proprio honne ed è disposto ad ascoltare senza giudizio. Con chi, finita la confessione, archivierà tutto dentro di sè senza farne parola a terzi. 

In questi mesi ho visto molti piangere o semplicemente commuoversi. Ho ascoltato storie tristi di gente che, come tutti, ha i propri problemi e li affronta con contegno e decoro. Decoro nel sapersi trattenere, nel saper domare l'isteria dei sentimenti che sa renderci egoisti e crudeli. E nel domare questo egoismo scatta la gentilezza, l'empatia (共感, kyokan) che è un sentire (感 kan) comune (共 kyo), un sentire insieme che ci avvicina al prossimo e ci rende un po' più umani e vulnerabili.

Mettersi a nudo costa fatica ed è per pochissimi, eletti spettatori. Il tumulto dell'honne spinge alla veritàrifiuta la forma e ci svela per quello che siamo. In questo autosvelamento c'è tanto sforzo, tanta voglia di condivisione, perché un peso rimane tale qualunque sia la cultura di provenienza. E un peso, se condiviso con l'altro, diventa più leggero e di gran lunga più sopportabile, che sia in Italia, in Giappone e dappertutto nel mondo.

Il Giappone non è un paese perfetto.

f:id:fudemameintokyo:20171115171347p:plain

Di giapponesi scontrosi, che non chiedono scusa, che puntualmente mi fanno sentire più estranea che straniera, ne ho incontrati e continuo a incontrarne, ma per fortuna, rimangono una minoranza in mezzo al bene (tanto) che ricevo ogni giorno.

Il paese perfetto non esiste.

 

 

La perfezione, logicamente e obiettivamente intesa, è un'utopia. 

Siamo noi che la scorgiamo in tutte le cose che amiamo e che teniamo a difendere a spada tratta. È amore e come tale non è né logico, né obiettivo. È un vedere altro rispetto a quello che normalmente vedono tutti gli altri; un vedere al di là delle note dolenti. Ecco perché non bado alle critiche di chi su questo paese ha da dire solo cose negative. 

Il Giappone ha le sue debolezze, i suoi lati oscuri, incomprensibili, incondivisibili, esattamente come tutti gli altri. Ha le sue verità e le sue menzogne; i suoi volti e le sue maschere. 

Quando si ama qualcosa o qualcuno, è fondamentale trovare un compromesso, un equilibrio, che non deve essere inteso come un eclissarsi, un negare se stessi per favorire l'altro. Bensì trovare in quel qualcosa o qualcuno una ragione in più per andare avanti, scendere a fondo e sforzarsi di capire.

Ecco, aprirsi al prossimo, a chi o cosa non si conosce, è soprattutto una lotta al pressapochismo e alla superficialità, che ad oggi, purtroppo, rappresentano ancora due dei tanti mali del mondo.

Coldplay - Yellow - YouTube

Copyright© 2017-2018 Eleonora Blundo. All rights reserved.