Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: Di Roppongi e del valore di ognuno

Di luoghi insoliti, che sfidano l’immaginabile, Tokyo ne è piena.

Ogni angolo si distingue dagli altri per le sue peculiarità, mantenendo come un proprio marchio di fabbrica e spartendosi l'originalità con le realtà limitrofe. 

Roppongi, fra tutti i luoghi a Tokyo, è quello dai fari accesi nella notte, dalle porsche e le ferrari che sfrecciano per le strade, dalle luci stroboscopiche e dalle ore piccole in qualche club. 

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Roppongi è il grottesco e la perversione insieme. Una realtà spregiudicata e insana, capace di farti sentire a tuo agio e al tempo stesso completamente fuori luogo. 

In una società, come quella giapponese, che si muove all’unisono, ben nota per l’esemplarità e la compostezza preservate anche in momenti difficili, Roppongi è la voce stonata in mezzo al coro; la pecora nera in mezzo al gregge.

Un giro per le sue vie il sabato sera è sufficiente perché il Giappone ci appaia d'un tratto sotto una luce diversa e insolita.

In un locale poco distante dall'Hard Rock Cafè, stranieri e giapponesi si mescolano nella folla danzante, ostentando amicizie premature e a breve scadenza.

Pacche amichevoli, abbracci e sorrisi ammiccanti, sollecitati e facilitati dall’alcol, lasciano immaginare rapporti consolidati nel tempo, mentre invece sono trascorsi solo pochi istanti dai primi convenevoli. 

Donne attempate, strette in abiti succinti, si lasciano andare a danze (a creder loro) sensuali, cadendo qua e là tra le braccia di sconosciuti o del troppo-sobrio cameriere di turno.

C’è una donna sulla cinquantina, vestito ceruleo, pashmina al collo e capelli sciolti sulle spalle. Ha gli occhi chiusi dal suo ultimo drink e balla seguendo un ritmo che è solo il suo. Qualche uomo le si avvicina, la prende per mano e l’accompagna nella sua folle danza. Lei per un po’ cede, poi si stacca strattonando, quasi infastidita dalle - disperatamente volute, ma d'un tratto indesiderate - attenzioni, per reclamare l'indipendenza che le è propria.

Poco più in là, un’altra donna, stretta in un tubino rosso fuoco, sorseggia un cocktail Malibu. Accanto a lei un uomo molto più giovane la osserva al tavolo. Si scambiano poche, impercettibili parole all’orecchio. La notte è giovane, ma le occasioni sono fugaci e ognuno ha la sua caccia da fare per perdersi in chiacchiere.

Donne sole, non affiancate da un profilo maschile. Donne in avanti con gli anni, accompagnate da trentenni. Donne che non chiedono, ma prendono e basta. Donne che ballano senza vergogna, vulnerabili,  ostentando forza e risolutezza, per vedersele puntualmente svanire al secondo Gin Tonic. 

Ognuna di loro ha un ricordo scomodo da cancellare. Una relazione andata male da dimenticare. Un matrimonio finito da rimpiazzare. L'amante del marito da riuscire a perdonare.

Ognuna ha portato con sé lì dentro, in quel locale, la sua borsetta stracolma di delusioni, impilate come maglie tra le sconfitte e le frustrazioni, con l'intento determinato di affogarle tutte insieme dentro a un cocktail e un paio di flirt.

Ogni movenza e ogni sguardo è un continuo ostentare se stesse per non essere accantonate. E l'atteggiamento è proprio di chi vuole ricordare alla società, e ancor più a se stesse, che questa vita appartiene anche a loro.

Allora mi appare chiaro come Roppongi sia il palcoscenico delle vite che non si guardano indietro o che perlomeno vogliono darsi un'occasione per farlo. Perché in un tempo e in una vita in cui nessuno è disposto ad aspettare, la sola direzione possibile è quella del progresso, inteso letteralmente come andare avanti ed evolvere.

E mi sembra evidente come Roppongi, in un sabato sera per me qualunque, rappresenti per molti l'azzardo e l'ardire, il rischio e l'agire in una vita che troppo spesso non riconosce e non paga il valore di ognuno. Una vita che troppo spesso si dimentica, ignora o finge di non vedere chi è sempre troppo qualcosa o troppo meno qualcos'altro. Perché questo qualcosa, che sia troppo o che sia poco, purtroppo non è mai abbastanza.

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