©Eleonora Blundo

Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: Con altri occhi

Gli occhi dell'abitudine spesso dimenticano di apprendere. Dimenticano lo stupore, la magia che il mondo circostante regala loro ogni giorno. Si assopiscono, poco a poco, inseguendo con lo sguardo la routine quotidiana, che come un carillon si morde la coda.f:id:fudemameintokyo:20170822171159p:plain

Io osservo questa città da quasi un anno e mezzo, da sempre con curiosità e fascinazione.

Tuttavia, ammetto che negli ultimi mesi il lavoro, gli impegni e il vivere quotidiano si son presi tutta la mia attenzione, assorbendomi all’interno del carillon.

Due settimane fa i miei genitori sono venuti a trovarmi in Giappone. Una cosa che ho sempre desiderato, perché è meraviglioso quando puoi far capire alle persone che ti conoscono da quando sei nata il perché e il come di una passione che ti hanno visto coltivare, senza però riuscire a capire davvero.

Ho quindi passato il poco tempo libero a disposizione pianificando i loro 20 giorni di permanenza. Ho inserito Kamakura, Hakone, Hiroshima e Kyoto fra le gite fuoriporta, perché il Giappone, che si sappia, non è solo Tokyo, anzi.

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I miei genitori hanno oltrepassato entrambi i 50 anni di età. Sono due persone semplici, di quelle che viaggiano poco e se lo fanno è per concedersi una settimana rilassante al mare.

Sono andati all’estero pochissime volte.

Entrambi, nati e cresciuti in un piccolo paese di collina, conducono una vita fatta di semplici ma genuine abitudini quotidiane, che pur nella loro ridondanza, danno stabilità. A volte invidio il loro equilibrio.

A volte un po’ meno.

Non nascondo che prima che venissero ero preoccupata. Ho mandato loro qualunque informazione utile. Il fatto che ci sarei stata io ad accompagnarli era scontato, ma volevo un po’ prepararli a quello che credevo sarebbe stato uno shock culturale. 

Eppure mi sono dovuta ricredere. Ho riscoperto i miei genitori flessibili e capaci di adattarsi alle circostanze che di volta in volta si sono presentate.

È stata una gioia vedere mia madre indossare il suo primo kimono e sorridere allo specchio nel vedersi bella in abiti non suoi. È stata una gioia vedere mio padre armeggiare con una katana e sorridere davanti ai paesaggi di Kamakura, alle case tradizionali e ai giardini Zen, che ha visto sempre e solo nei suoi film preferiti di arti marziali. È stata una soddisfazione indescrivibile portare entrambi a mangiare il loro primo, vero sushi giapponese in un kaiten e vederli impugnare le hashi.

Sorrido ancora all’impugnatura perfetta ed elegante di mio padre e a quella un po’ meno perfetta, ma comunque funzionale, di mia madre.

Mio padre ha fotografato le costruzioni in corso di quasi tutti i palazzi che ha visto, fatte di ferro secondo le migliori disposizioni antisismiche. L’ho visto nel vano tentativo di fotografare gli Shinkansen, dannandosi di non riuscire a fare uno scatto ottimale del velocissimo e fuggevolissimo treno ad alta velocità.

Li ho visti commossi a Hiroshima, quando la pioggia ci ha sorpresi proprio davanti al Genbaku Dome (Memoriale della Pace, dal 1996 patrimonio UNESCO) e ancor di più al Museo della Pace, dove la storia ci ricorda, ancora una volta, che i mali del mondo si possono perdonare, ma mai cancellare.

Il caldo umido e la pioggia torrenziale li hanno un po’ stropicciati, ma loro hanno continuato a portare pazienza e rispetto, come si addice a un ospite in casa d’altri.

Sono stata onorata di presentarli ad amici e colleghi di lavoro che hanno riconosciuto la loro bontà d’animo, pur nella difficoltà della comunicazione. Ma il cuore, si sa, parla una lingua universale che non ha bisogno d’altro se non di se stesso per farsi comprendere.

Un viaggio particolare, questo, all’insegna di emozioni contrastanti, in bilico tra la gioia e la nostalgia; l’euforia e la presa di coscienza. Il nostro viaggio e il nostro Giappone.

Non sono mancati i momenti di stanchezza e incomprensione, ma alla fine i miei hanno capito che anche per me non è facile. Che nelle difficoltà si cade e ci si rialza, spesso da soli, e il tempo per piangersi addosso non c’è.

Mia mamma, in silenzio, ha capito senza bisogno di spiegazioni superflue. Ha capito, perché adesso lei sa, ha visto, ne ha fatto esperienza e ha compreso. Lei e papà hanno visto quanto questa realtà mi appartenga e quanto io le appartenga a mia volta. E questo era in fondo ciò che volevo per loro da questo viaggio. Che il tempo mi rincorre e la vita va avanti sempre, inarrestabile. Tokyo corre con me o meglio: io le corro a fianco, cercando di tenerle testa, di non perdere il ritmo. Di non perdere niente, me stessa compresa. E lei, Tokyo, mi ripaga sempre, mi ricompensa per tutte le cose (belle) a cui ho rinunciato e tra queste, in prima fila, il “non ti preoccupare” di papà, detto con occhi sinceri e il sorriso più buono che conosca, e l’abbraccio di mamma che allevia ogni dolore.

Per un po’ sono scesa dalla giostra, vivendo la realtà che mi circonda attraverso gli occhi dei miei genitori, camminando con loro, guardando il Giappone da fuori la giostra e vi ho riscoperto la meraviglia, la bellezza e lo stupore che questi mesi, troppo pieni di gioia e turbamento, mi avevano sottratto.

Infinite volte, grazie!

José Carreras - Kawa no nagare no yoni (with the Vienna Symphony Orchestra) - YouTube

Special credit to R. Yamada for the header and R. Biancardi for the profile picture.