Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: Le emozioni dentro una matrioska

喜怒哀楽 kidoairaku in giapponese sono le quattro emozioni dell'essere umano.

Un sèrto di sentimenti in contrasto, con l'uomo sempre perso nel travaglio delle sue elucubrazioni, sfinito dal continuo oscillare da un estremo all'altro.

Come un arcobaleno di colori solo primari; una matrioska che ha l'amore in grembo alla gioia, l'odio alla rabbia, la malinconia e la tristezza al dolore...     

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喜怒哀楽 kidoairaku ha in capo la gioia 喜 ki, kanji che ritroviamo nel verbo 喜ぶ yorokobu (lett. essere felice, rallegrarsi, provare gioia).

La gioia sa essere tanto spiegabile quanto inspiegabile; smisurata e incontenibile, ma anche labile e passeggera; condivisa, ma anche egoista ed egocentrica. E l'uomo è da sempre, e per sempre, proteso alla sua ricerca: a volte la ostenta senza goderne, altre se la ritrova tra le mani senza essere realmente pronto ad accoglierla. Immediata, sfuggente e impermanente.           

E se di una gioia che sia genuina è più difficile parlare, perché più raro è possederla, della rabbia, invece, si fa sempre troppo presto, specie se gratuita.

La rabbia sta nel kanji 怒 do del verbo 怒る okoru (letto anche ikaru), con cui in giapponese si indica l'innervosirsi, l'indignarsi oppure il sentirsi offesi. La rabbia è al secondo posto in questa scala a quattro delle emozioni, lei che può essere alimentata dalla frustrazione e dall'incomprensione, dal sentimento non condiviso o da quello frainteso. 

Alla gioia e alla rabbia, segue poi terzo il pathos, che dal greco antico (πάϑος) indica la sofferenza, la compassione, l'intensità emotiva (spesso con riferimenti all'opera classica tragica). E pathos in giapponese è 哀れ aware, dal verbo 哀れむ awaremu, ovvero la condivisione (共有する kyōyū surudel dolore.

Il pathos, in giapponese, può essere declinato in una terminologia vastissima, quasi infinita: 憫察 (binsatsu), 哀憐 (airen), 同情 (dōjō), 思いやる (omoiyaru),   憐れむ (awaremu), 不憫がる (fubin ga aru), 気の毒がる (ki no dokugaru),  哀愍 (aimin), 思遣る (shitaru). Questo denota, ancora una volta, quanto sia importante per i giapponesi la condivisione, non solo di spazio e materia, ma anche e soprattutto di sentimenti

In ultimo, la frivolezza di 楽 raku, che troviamo ad esempio nell'aggettivo 楽しい tanoshii (=divertente) e nella parola 音楽 ongaku (=musica). Quindi raku è la semplicità, la naturalezza e la schiettezza del vivere quotidiano.

Lo troviamo in forma avverbiale 楽に raku ni e aggettivale 楽な raku na, ad indicare tutto ciò che è facilmente facile. È l'invito a mettersi comodi, a proprio agio, di 楽にしてください raku ni shite kudasai. O ancora la propria comfort zone nell'espressione 気が楽だ ki ga raku da.

Nel bel mezzo della gioia, della rabbia e del pathos, 楽 raku ricorda all'essere umano che l'esistenza ha anche bisogno di leggerezza e questa leggerezza sta proprio in un vivere 楽に raku ni, avvolti cioè nella calma, nella tranquillità, nella semplicità di ciò che si conosce bene, senza per forza dover affannarsi a cercare il rischio e la novità in ogni angolo. 

喜怒哀楽 kidoairaku sembra dunque la miglior ricetta per l'equilibrio psichico. Ogni emozione, sembrano voler dire i giapponesi, è necessaria e l'essere umano ha bisogno di esperirle tutte, nessuna esclusa: la gioia tanto quanto la rabbia, la sofferenza tanto quanto la frivolezza. Perché persino cedere alla controparte, per poi riequilibrare nuovamente lo spirito, può servire a riconoscere e maturare il senso della propria esistenza.

※ Lo scatto meraviglioso è di Edoardo Polo Photography

L'essenza di Oya

Ai miei cugini che hanno perso un padre. A quanti hanno uno o due "oya" in un luogo più in alto degli alberi.

C'è silenzio al mattino presto lungo il ponte che attraversa il fiume.

Sono le sette di una domenica di lavoro, un giorno come i precedenti trascorsi senza tregua, con la stanchezza montata in groppa e il pensiero già rivolto al tramonto. 

Il trucco fresco sul viso a nascondere le occhiaie; lo smalto sulle unghie per raggirare l'umore, per credere più forte che si può sempre ricominciare, che per ogni fine c'è un inizio, per ogni luna calante un sole che sorge, anche dopo un dolore, anche dopo una perdita

Sta per finire così questo giugno intenso e al tempo stesso insulso, con il grigiore dei suoi cieli plumbei, umidi e uggiosi, che sposano perfettamente il senso di vuoto che alla perdita si prospetta.

Allora, ho pensato che non poteva esserci momento più giusto di questo per parlarvi di oya, in cima agli alberi, che veglia ... 

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In giapponese, il kanji di 親 oya nasconde l'essenza dell'essere genitore, di essere madre, お母さん okāsan, e di essere padre, お父さん otōsan, non solo in Giappone ma ovunque nel mondo.

In alto a sinistra, troviamo il kanji di 立つ tatsu (alzarsi in piedi) e in basso quello di 木 ki (albero). A destra, c'è poi 見る miru (vedere, osservare, guardare), che non è che un occhio, 目 me, con le gambe, simbologia dell'uomo che cammina. 

Nella lingua giapponese, dunque, genitore è colui che, arrampicatosi su un albero, osserva da lontano il figlio, mentre questo cade, si rialza, opera nel bene e anche nel male.

Oya è colui che non interferisce in una vita che non gli appartiene, ma piuttosto interviene  all'occorrenza, quando serve insegnare 教える oshieru, spiegare 説明する setsumei suru oppure aiutare 助ける tasukeru.

Oya lascia vivere liberamente, ma, quando mosso dall'istinto e dal sangue, scende giù dall'albero, si avvicina per tendere una mano, un fazzoletto, una banconota, un libro, un pezzo di pane ... quel che serve al figlio per ripartire con più fiducia, con più consapevolezza.

Allora, quando oya se ne va, perché il destino lo ha sottratto alla vita, che ne è dei figli rimasti senza più orme da seguire? Forse, il buio d'un tratto li avvolge. Forse, la paura dell'assenza e della solitudine li travolge. Forse, smettono di correre lontano e tornano all'albero, cercandovi l'ombra che fino a lì gli ha guardato le spalle, cercando presenza nell'assenza. Forse, d'un tratto, tutto intorno  s'arresta. Forse. Io non lo so. Per fortuna non posso saperlo.

Eppure, immagino che oya ci sia ancora, da qualche parte, in un luogo ancora più in alto, più alto degli alberi e più in alto dei cieli. Sì, perché vegliare dall'alto, 見守る mimamoru (lett. proteggere osservando), in fondo non è che l'essenza di oya, ovunque questo si trovi. E l'essenza, si sa, è la realtà immutabile delle cose, come quello sguardo vigile e attento di un genitore che non lascerà mai le spalle di un figlio. 

※ Lo scatto meraviglioso è di Imkq60 Photos 

Eros Ramazzotti - Sta Passando Novembre 

Vivere Tokyo: 忙しい o di un cuore che si usura

Non di rado al mattino, in qualche stazione di Tōkyō, un grande schermo indica l'interruzione di una o più linee ferroviarie. Il fermo immagine mostra un groviglio di percorsi colorati che si intersecano. Fra questi, uno in particolare è segnato in rosso.

Sotto all'immagine, scorre rapida una scritta:

人身事故のため、一部の列車に遅れが出ています。

Jinshin jiko no tame, ichibu no ressha ni okure ga dete imasu.

"Una persona è rimasta coinvolta in un incidente. Alcune corse subiranno dei ritardi".

Nel leggere, anche distrattamente, mi è già chiaro l'accaduto. Del resto, 人身事故 jinshin jiko è una sequenza di kanji inconfondibile. I primi due caratteri a sinistra sono quello di "individuo/persona" 人 (jin, hito) e quello di "corpo" 身 (shin, mi). A destra ci sono poi quelli che compongono la parola "incidente" 事故 (jiko).

La mente tira le somme con clinica freddezza, perché nella recidività di un fenomeno, il pensiero prima o poi si assuefa al risultato peggiore.

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In giapponese, accade al cuore, esattamente come al tacco di una scarpa, di usurarsi. È il verbo すり減る suriheru (lett. usurarsi, logorarsi), dato dall'unione di する suru (lett. sfregare, grattare, raschiare) e 減る heru (lett. diminuire). 

心がすり減ってる。

Kokoro ga surihetteru.

Il cuore si sta usurando.

Al mattino, quando si fa ora di andare al lavoro, al pensiero di dover vedere quel collega che ama percularci; all'idea che lo stipendio non sia per niente proporzionale al carico di lavoro imposto; alle ore di straordinario non pagate; alla pressione di una scadenza imminente ... kokoro ga surihetteru

Quando il torpore del sonno abbandona il corpo e la vita ci appare in tutta la sua incombenza ... kokoro ga surihetteru

Quando l'idea di una giornata da vivere da capo a coda si fa assillo e schiena ricurva ... kokoro ga surihetteru

Un'altra espressione, 心が消耗する kokoro ga shōmō suru, indica un cuore che si consuma, si sciupa e si riduce come sotto la lama di un'affettatrice. Man mano che il taglio si fa perpetuo e il cuore si fa muto, la ragion d'essere (in giapponese ikigai 生き甲斐) si assottiglia e il buio si estende a macchia d'olio sull'esistere. È un corto circuito, un totale black out sulla vita.

L'ikigai, quella forza d'animo che prende a braccetto la voglia di vivere e sostiene la mente, fa da collante tra il sentimento e la ragione, rammentandoci ogni giorno perché esistiamo. Ma un cuore stanco fa fatica a percepire tutto questo.

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Molti anni fa, durante una lezione di giapponese all'università, il mio professore tratteggiò alla lavagna il kanji di 忙しい isogashii (lett. occupato, impegnato), prendendo tutta la superficie a sua disposizione. Con un gessetto rosso scompose 忙 nelle sue parti: a sinistra il cuore 心 (kokoro) e a destra la morte, 亡くなる (nakunaru, lett. morire). Girandosi poi verso di noi, senza tanti mezzi termini disse: "Essere sempre impegnati equivale a morire!". 

Eppure, 忙しい isogashii è la parola che sento proferire più con frequenza negli ambienti di lavoro. C'è chi ama mettersela in bocca ogni istante, nell'ansia di dimostrare agli altri che sta facendo qualcosa di utile e produttivo, che si sta impegnando

Talvolta isogashii non è che la scusa di chi non sa gestire il proprio tempo, di chi nella vergogna di promesse mancate e scadenze rinviate, finge dedizione e operosità per alleggerire il senso di colpa e camuffare l'evidenza.

Altre volte, invece, isogashii è la verità di braccia stanche, volti emaciati e schiene ricurve. È la verità di un cuore logoro che cede ai binari. 

In quell'ammissione di impegno e morte del cuore, c'è anche monito e memento. È lì che, paradossalmente, si nasconde il segreto del saper vivere. 

Hans Zimmer - Time

※ Gli scatti meravigliosi sono di Imkq60 Photos

Vivere Tokyo: Origini della felicità

Seduta nella living, muovo lo sguardo intorno a me.

Ci sono le tende bianche, a fantasia, che sono state il primo acquisto per il vecchio appartamento, il monolocale dove ho vissuto fino allo scorso dicembre, per circa tre anni. Ricordo di averle comprate da Nitori insieme a M., che nonostante il suo essere particolarmente occupata, riusciva a trovare il tempo per farmi da seconda mamma. 

Sul lato sinistro, la libreria che io e K. abbiamo acquistato da Ikea a febbraio, insieme ad altri (pochi, ma giusti) mobili per l'arredo. Ricordo il mal di schiena per portare i pezzi su per le scale, i calli alle mani per montarla senza far troppo rumore.

Adesso ci sono libri (tanti) di italiano, quelli che mi servono per insegnare la mia lingua a chi ama impararla, pregustando il momento in cui inizierà a parlarla, sentendosi articolare suoni che non gli appartengono ancora, nella meraviglia di scoprirsi diverso. Ci sono poi delle riviste di viaggi che io e K. faremo un giorno o che forse non faremo mai. Però è bello averle lì, all'occorrenza.

Segue il divano blu, quello dei film alla sera, delle pause pre e post cena, dei riposini domenicali e delle email da scrivere nella calma notturna.

Spicca al centro il tavolo (estensibile) con due sedie (le altre le abbiamo comprate il mese scorso, così questa casa potrà finalmente avere degli ospiti) e per me è il centro di tutto. Questo tavolo è lo studio del giapponese al mattino presto, la colazione più tardi e la scrittura di questo blog quando ne sento forte l'ispirazione.

Mi siedo sul lato che dà dritto alla veranda aperta, lasciando entrare la luce fioca del mattino e il venticello che sa di estate imminente. Chiudo gli occhi e mi ritrovo per un attimo in Italia, a casa dei miei, bevendo un caffè freddo prima di andare al mare. Pregusto già quel momento, ancora qualche mese e poi ...

Allora, penso che in fondo è proprio questa la felicità: la semplicità di una vita da condividere; le cose di cui essa si intesse, che sono forse poche e piccine, ma sono e devono essere il centro di tutto. Come quella bimba sul treno, con una borsina fatta di carta a pallini, decorata con sagome di pesci rossi e foglie di lattuga. 

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L'altro giorno, mentre cercavo le origini del kanji 幸 di 幸せ (shiawase), che in giapponese esprime la felicità, ho fatto una scoperta interessante. 

Pare, infatti, che shiawase venisse originariamente reso dai caratteri di 仕合わせ, ovvero quello di fare 仕 (する, suru), che ritroviamo ad esempio nell'espressione shikata wa nai 仕方はない (lett. non c'è modo di fare), e quello di 合わせる awaseru, cioè unire, congiungere, accordare, armonizzare, che troviamo, ad esempio, in espressioni come 心を合わせる kokoro o awaseru (lett. unire i cuori = essere d'accordo).

Fino al periodo Edo (1603 - 1868), questa armonia coincideva con la mano del destino, めぐり合わせ meguri awase, che poteva essere favorevole 仕合せが良い shiawase ga yoi oppure sfavorevole 仕合せが悪い shiawase ga warui.

Il kanji con cui oggi si esprime la felicità in giapponese è quello di 幸 saiwai, che in epoca Edo pare indicasse delle mani in catene, con il significato, tutt'altro che positivo, di penacondanna. In un secondo momento, però, il senso del carattere è stato ampliato: indicava chi, baciato dalla fortuna 運に恵まれる un ni megumareru (lett. essere favorito dalla sorte), riusciva a sfuggire alla pena.

Tornando alle origini di 仕合わせ, è evidente come la felicità in Giappone sia un'unione di cuori, un uniformarsi e uniformare, il che non significa necessariamente omologazione e mancata identità, quanto piuttosto armonia 和 wa, che a sua volta implica il rispetto del prossimo più che del sé. 

Vivere armonicamente è dunque condizione indispensabile e imprescindibile per garantire la felicità propria e altrui. Ecco perché anche la brama di possesso, il non sapersi accontentare di quello che si ha, il non riuscire a trovare redenzione e soddisfazione in quello che la vita lascia cadere lungo il nostro cammino e, ancora, il non saper guardare anche chi ci sta dietro, ma fissare solo chi ci sta davanti, sono tutti limiti, catene che ostacolano un'esistenza felice. Dovremmo imparare a farci bastare quello che abbiamo, senza eccedere nei desideri, armonizzando con quanto la vita ci ha  messo a disposizione. Perché la vera felicità, in fondo, sta in quello che già abbiamo. 

"L'essentiel est invisible pour les yeux", (l'essenziale è invisibile agli occhi) scriveva Antoine de Saint Exupéry ne "Il Piccolo Principe" e un proverbio giapponese pare volerne scrivere il seguito: 足るを知る者は富む taru o shiru mono wa tomu.

"Il cuore di colui che sa qual è il suo posto, che ha il pregio di sapersi accontentare, anche nella povertà, sarà ricco [di felicità]" (分相応に満足できる者、満足することの意義を知っている者は、生活が貧しくても、心は豊かである).

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