Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: Prendere forma, immaginarsi e poi, di nuovo, sorridere

Osservo il bucato oscillare lentamente oltre la finestra, sotto i raggi di un timido sole, vagamente accennato tra nuvole violacee. Sono quasi le 8:00. 

Mi guardo intorno, compiaciuta. Il nuovo abitacolo sta sempre più prendendo le sembianze di casa nostra, mentre scopro nelle mani, tra le dita, nuove ferite e piccoli tagli.

Si costruisce il puzzle di una nuova vita insieme, come recisa dalla precedente, e mi scopro ogni giorno cambiare, prendere forma, proprio come sta accadendo a queste mura. 

Mi sforzo di godere del tempo che ho a disposizione questa mattina, insieme alla calma placida che attorno a me si spande. Oggi andrò dal parrucchiere. "Giusto una spuntatina", mi prefiggo quando prendo la prenotazione, ma una volta sul treno verso Shibuya, scatta in me qualcosa, non so dire bene cosa, ed è subito すっきり (sukkiri). Esco dal salone con un taglio netto, poco sotto l'orecchio, che sembra quasi una recisione.
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Tra pochi mesi inizieranno i preparativi per le nozze, che si terranno prima qui in Giappone, secondo la tradizione shintoista, e poi in Italia secondo il rito cattolico.

La prima data è già stata confermata.

Il tempio siamo andati a vederlo lo scorso ottobre ed è stata una sensazione indefinibile immaginarsi lì con indosso lo shiromuku (白無垢, kimono bianco) e il copricapo tipico (綿帽子, watabōshi) che, lo so già, mi farà sentire un po' ridicola. "Puoi indossarlo una sola volta nella vita", mi dice K. e allora tutto riacquista senso. Mi risolvo a indossarlo, per non doverlo rimpiangere un giorno. 

Al ricevimento, ci sarà anche un cambio d'abito (お色直し, oironaoshi), anche questo da tradizione, e così avrò l'occasione di indossare un kimono colorato(色打掛, irouchikake), con le maniche lunghe fino a sfiorare il tatami. Si chiama 着物振り袖 (kimono furisode), dal verbo 振る (furu), che vuol dire ondeggiare, e il sostantivo 袖 (sode) che indica le maniche.

Mi chiedo come farò a riconoscere i miei kimono; come farò a capire che quelli sono quelli giusti che mi accompagneranno al tempio, a quel "sì, lo voglio!" proferito in un'altra lingua. Immagino come sarà indossarli, guardarmi allo specchio, cercando di prefigurarmi il trucco, l'acconciatura ... quel giorno nella sua interezza. Mi pare quasi di vedermi riflessa nello specchio. Saprò riconoscermi? O sarò cambiata ancora?

C'è tanta curiosità e trepidante attesa.

E intanto, a distanza, mamma e nonna mi aiutano a organizzare la cerimonia italiana, che sarà invece celebrata il prossimo anno, in chiesa, come ho sempre voluto quelle volte che mi sono immaginata all'altare. 

Sarà una cerimonia semplice, intima e solenne quella giapponese.

Sarà piena, familiare e cerimoniosa quella italiana.

L'unione di due culture, la fusione di due mondi in uno soltanto: il nostro.

M. mi insegna che ci vuole impegno e dedizione per far andare bene le cose. "È necessario adoperarsi un minimo", dice. "Impegnarsi è fondamentale se si ambisce alla buona riuscita di qualcosa. Anche i rapporti necessitano di impegno e costanza. Ma impegnarsi non vuol dire sforzarsi. Lo sforzo implica già una controvoglia, un malumore e i malumori non vanno ignorati, ma saputi ascoltare".

Dopo la pioggia di gennaio, che è stato troppe cose, il sole è tornato a splendere. Mi godo la sua luce e la sua bellezza; mi accoccolo sotto il suo calore, mi osservo cambiare e riprendo da dove ero rimasta: sorridere.

Vivere Tokyo: Del partire da zero e imparare a fidarsi

Sveglia al mattino presto, come spesso accade anche nei giorni liberi, quelli rari del week-end. 

Gennaio è l'inizio, il prologo di un libro appena iniziato con la paura, ma anche la curiosità di sapere come andrà, di come evolverà il futuro

Gennaio è la casa nuova da abitare in due, la prima convivenza, la prima vera condivisione di tutto prima del grande passo.

Profuma di legno la scala all'ingresso, che ha due piccoli cactus agli angoli: uno accompagnato da un Daruma e un altro sormontato da uno Sky Tree pieno di zuccherini. 

Oggetti che mi sono divertita a piazzare lì, come ad accogliere chi verrà a trovarci da ora in avanti, e magari regalar loro un sorriso.

Nella living che ci accoglie alla fine della rampa, c'è un tavolo con sole due sedie. Gli scatoloni stanno via via diminuendo, così come il loro contenuto sta piano piano trovando il proprio posto nella nuova dimora.

La camera da letto ha due finestre, ma una è ancora sprovvista di tendine, e allora la luce del mattino punta dritta sui miei occhi e mi avverte che si è già fatto giorno. È il momento di alzarsi e attivarsi. È la nuova vita che richiede programmazione e io voglio godermi questo giorno il più possibile, sin dalle prime luci dell'alba.

Mentre lui ancora dorme, sistemo e rassetto. Metto ordine fuori e dentro di me.

Scruto il frigo e cerco di capire come mischiare bene gli ingredienti che ho davanti per il pranzo. La nuova cucina è grande abbastanza da esperire la gioia culinaria e così, in poche ore, la pentola è sul fuoco. 

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Le vacanze in Italia mi sembrano già un ricordo lontano. Non mi sono fermata un attimo da quando sono tornata a Tokyo, dove ogni giorno è stato tutto un trovare soluzioni; telefonare per disdire e richiedere; caricare e scaricare scatoloni; smontare e rimontare mobili, con le mani che si sono ferite più volte e quasi incallite; documenti e pratiche da compilare e consegnare. In mezzo, qualche problemino di salute, ma in fondo la normalità.

Così di colpo:「落ち着いて!」(ochitsuite), mi sono detta in questa lingua, che nella semplicità del tratto svela sempre verità"Calmati, rasserenati!". "Resetta!".

落ちる (ochiru) = cadere

着く (tsuku) = giungere, arrivare

"Arriva a cadere!". "Tocca il fondo!".

"Azzera le tue emozioni!" e poi "riparti da capo!".

Ultimamente, me lo ripeto quasi ogni giorno, come un mantra. È un'esigenza dettata dal mio corpo, che quasi mi implora tregua, e si fa impellente come il bisogno di dare fiducia e lasciarsi un po' andare alle cure del prossimo. La convivenza mi insegna a (con)dividere tutto, specie i problemi e le difficoltà. 

In giapponese fidarsi, credere ha le fattezze di 信じる (shinjiru), dove il primo tratto a sinistra è quello di 人(hito, persona) e il secondo a destra è 言, kanji di 言う (iu, dire), 言語gengo, lingua), 言葉(kotoba, parola) e così via. Allora, 信 (shin) si profila come colui che parla, dice qualcosa. Eppure non è semplicemente così come sembra.

Proprio dentro il kanji 言 si nascondono ancora due caratteri: i quattro tratti orizzontali, in una stilizzazione antica, vengono associati al kanji 辛 di 辛い(tsurai, doloroso), dove una mano tiene e adopera un coltello. In basso, troviamo poi il kanji 口 (kuchi) di bocca.

Allora, 信 di 信じる non è solo colui che parla per dire qualcosa, ma piuttosto un individuo che parlando ferisce, rivela delle verità scomode che non ci compiacciono, ma che piuttosto ci feriscono, eppure ci servono per affrontare la realtà per quello che è. Anziché condannarlo per questo, dovremmo imparare a credergli, a dargli fiducia appunto, perché quello che avrà da dirci non sarà forse la cosa migliore che avremo sentito, ma non sarà di certo una bugia. 

Vivere Tokyo: "Ricordati di essere forte"

La vigilia delle partenze è sempre duplice. Da un lato c'è la gioia degli affetti che si ritrovano e dall'altro lo strazio degli addii (che si fanno sempre più dolorosi).

Ad ogni partenza ritrovo qualcosa, ma perdo qualcos'altro. È così tutte le volte. Eppure, forse mai come quest'anno, ho preso coscienza di tutto l'amore che mi circonda, non solo da parte degli affetti di sempre, ma anche da parte di semplici conoscenti. Sono profondamente grata a tutti quelli che hanno avuto parole dolci di incoraggiamento e buon augurio per una vita che si sta sempre più espandendo e consolidando lontano dall'Italia. Ho incrociato sguardi sinceri e mi ci sono persa dentro. Nel tacere reciproco, c'era tutto quello che avrei voluto dire e sentirmi dire. 

Ho pianto tanto in questi giorni, più o meno sommessamente, perché nel distacco sento sempre la terra tremarmi sotto i piedi e la fermezza, che a fatica ho piantato, vacillare un po'. Ma è la prassi del momento che se ne va, di quella che ormai è la vita che ho scelto per me e che, in fondo, amo.
Non ho sprecato un solo secondo dei giorni trascorsi in Italia, perché il tempo non è da dar per scontato. Rifuggo e combatto il rimpianto come un male impronunciabile. Forse non sempre ci riesco, ma mio malgrado sento di aver fatto tutto quello che avrei voluto e, sicuramente, tutto quello che ho potuto. Quanti affetti ritrovati, quanti rinnovati ... Non c'è dubbio: sono fortunata! Ed è con questa consapevolezza che sono tornata in Giappone, nonostante il distacco continui a pesarmi come un macigno.     

 

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Scende una lacrima, poi la seconda …

È un pianto che non si arresta quello del cuore. Vi si posa leggero un velo di solitudine che Tokyo pare assecondare, intessendolo di sconforto e inquietudine.

All’arrivo a Kichijōji, il primo gennaio, mi si presenta uno scenario rarissimo: ovunque è la desolazione. Vagoni dei treni vuoti, strade semi deserte, negozi chiusi ... Una Tokyo diversa, insolita, che non ho mai visto e che stento a riconoscere. 

Tokyo mi appare gelida a contornare il caldo ricordo del breve soggiorno in Italia, trascorso insieme agli affetti che sempre ci sono stati e sempre ci saranno. Eppure, sento che potrei perdonarla ancora. Potrei perdonarle tutto, in fondo.

Ci sono volte in cui Tokyo mi dà del filo da torcere, mi rimprovera e mi lascia frignare senza nemmeno preoccuparsi di chiedermi il perché, senza venirmi dietro a farmi le moinePoi, di colpo, gira i tacchi e viene a sorridermi, mi asciuga le ferite aperte, mi guarda dritto negli occhi e mi dice: "Cosa piangi? Rialzati e riprovaci, non hai che da essere forte!".

L'esistenza è un continuo divenire, uno scenario in costante cambiamento, una sfida che non possiamo evitare. Un cammino con salite e discese. È esigente, incerta, a volte capricciosa, e ci farà sperimentare bellezza e dolore, successo e frustrazione, amore e disinganno. Bella e difficile insieme, ci ricompernserà e ci metterà alla prova. (Tomás Navarro, "Kintsukuroi - L'arte giapponese di curare le ferite dell'anima")

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Ecco, Tokyo è un po' come l'essenza dell'esistenza descritta da Navarro in un libro che sto leggendo di recente.

Tokyo mi insegna ogni giorno che incontrare un ostacolo è fondamentale e, come il dolore, ha una funzione adattativa e formativa. Inutile, quindi, affannarsi a evitare l'errore, programmando la vita al dettaglio e cercando di anticipare le brutte sorprese. 

La felicità non è che un intervallo brevissimo, una porzione di tempo fugace che non conosce seguito, per cui, anziché dimenarsi e pestare i piedi per raggiungerla, dovremmo imparare prima ad essere forti abbastanza da sperare di poterla raggiungere.

Allora, ecco che ancora una volta le parole di Navarro chiudono il cerchio, dando un senso a questi giorni densi di emozioni e sentimenti contrastanti, in bilico tra l'essere forte e il voler essere felice a tutti i costi.

(...) come si suol dire, la felicità sta nel viaggio, non nella meta. Ogni montagna che scaliamo, ogni fiume che guadiamo, ogni deserto che affrontiamo ci rende più forti, e sapendoci più forti diventiamo anche più sicuri di noi stessi, più preparati e, col tempo, più felici.

Lady Gaga - Always Remember Us This Way (From A Star Is Born Soundtrack) - YouTube

Vivere Tokyo: Come la fine di un libro

Shibuya mi accoglie quasi ogni giorno, poco dopo l’alba, e raccoglie pazientemente le riflessioni che le riverso in questi ultimi scocchi d’anno. 

Accoccolata in un caffè poco distante dall’incrocio, osservo la gente che si avvicenda poco fuori l’uscita. Il mattino, qui a Tokyo, è sempre raggiante. Anche alle 5:00, qualcuno è già pronto ad aspettare il treno. Si gioca d’anticipo, per evitare la rush hour.

 

Ripenso a questi tre anni vissuti tra Nishi-eifuku e Takaido, sulla linea della Keio Inokashira con i suoi due capolinea: da un lato Kichijōji e dall’altro Shibuya. Due vertici, due opposti: la calma placida di una zona adulta e consolidata, dove l’eccesso giovanile sarebbe una nota fuori spartito, contrapposta alla frenesia rocambolesca di una realtà che si presta bene alla goliardia immatura. Da un lato il parco di Inokashira, dall’altro l’incrocio di Shibuya; il Marui e il Seibu; l’elefante Hanako e il cane Hachiko.

Eppure, che sia Kichijōji, che sia Shibuya, mi sento a casa in entrambi i luoghi, stretta come in una morsa e protetta da due giganti. 

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A Tokyo le strade non hanno nomi, ma numeri, ed è praticamente impossibile abituarsi ai singoli luoghi, ché subito scompaiono o mutano. Per questo, questa linea del treno è per me la familiarità che Tokyo mi toglie, non per smacco, ma per diretta conseguenza del cambiamento che le si confà.

La linea Inokashira mi ha vista bambina con una mappa in mano, nel tentativo di capire quali spostamenti compiere, terrorizzata all’idea di perdersi. La stessa linea mi ritrova oggi donna, con paure che hanno cambiato nomeentità, forma, colore, dimensione.

La Inokashira mi accompagna al mattino presto e poi alla sera tardi; mi vede piangere e sorridere. Forse anche vomitare. Forse anche dormire. Mi vede sofferente e mi vede euforica.

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Kichijōji è lui, ma Shibuya è lei.

Shibuya mi ha visto sola, insicura e poco convinta di come sarebbe andata. Shibuya a colmare i tempi morti, tra una lezione e l'altra, tra le viuzze del suo shōtengai, con gli odori promiscui di una città che trasuda euforia. Shibuya a farmi le ossa, mentre prendevo decisioni importanti, portavo a termine progetti, coltivavo nuove amicizie. Shibuya ha visto nascere questa scrittura e ora la vede crescere tra i suoi rami.

Shibuya mi è cara forse più di qualunque altro luogo qui a Tokyo, perché è stata casa fin da subito, mi ha accolta senza giudizio e mi ha assecondato senza metter bocca. "È il tuo niwa (庭, lett. giardino)", mi dice sempre K. quando lo conduco senza esitazione e senza google map da una parte all'altra.

Kichijōji è l'altro piatto della bilancia, e la bilancia è la linea Inokashira. Su quei due piatti, c'è tutto il mio presente e tutto il mio futuro.

 

Il 2019 sarà un anno impegnativo. Le basi sono già state gettate e ieri, mentre ero distesa sul letto, non riuscivo a prender sonno. Ripensavo a tutto quello che è stato e a quello che sarà, e mi c'è venuta anche un po' di paura. Niente è stato facile e niente di certo lo sarà. Eppure, sono pronta ad accettare quel che verrà, aggrappandomi agli affetti di sempre e al sentimento buono. Lo devo alle persone con cui ho deciso di intrecciare la mia vita qui in avanti. Costa fatica, ma ne vale la pena.

Allora, per l'anno che verrà io mi auguro e vi auguro che la vita ci sorrida, anche dopo averci fatto lo sgambetto.

La linea Inokashira mi accompagnerà anche l'anno prossimo. Alcuni obiettivi sono già stati fissati, altri ancora non lo sono, ma quel che è certo è che questi tre anni finiscono qui, come un libro di cui ogni pagina è stata scritta con passione e niente poteva essere meglio di come è stato. 

The Greatest Showman - Never Enough Lyric Video - YouTube

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