©Eleonora Blundo

Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: Di luoghi in cui fiorire

In questi giorni, Tokyo è silenziosa. È l'obon (お盆), che come ogni anno ad agosto la svuota e l'acquieta

Tuttavia, nonostante questa calma apparente, Tokyo rimane la città del lavoro e del business senza tregua, la città che non aspetta e che non teme il cambiamento, che guarda avanti senza mai voltarsi indietro e che nella foga, perde ogni giorno qualcosa: abbonamenti dei treni, chiavi, cellulari, cappelli, vite umane ... 

Eppure, in questo suo essere a volte impietosa, emerge a forza la voglia e il coraggio di vivere. Perché non si può comprendere il profondo valore dell'esistenza finché non si resta da soli con se stessi, il mondo che ci circonda, le sue difficoltà e allo stesso tempo la sua sconfinata meraviglia.
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Tokyo mi insegna che la vita non è che un giorno e in quel giorno io ho il dovere di trovare tutto quello che mi serve a essere felice. Non c'è da aspettare, ma solo da agire.

Ho così imparato a calibrare il tempo della paura, che c'è come l'ansia, permettendogli di prendere solo il venti e non più l'ottanta per cento del quotidiano. 

Nell'assenza di ciò che è a me noto, il coraggio e la forza di sfidare l'ignoto.

La vita può essere davvero qualcosa di straordinario, se si trova l'appiglio giusto e si lascia che questo ci trascini avanti come un modus vivendi; che ci regali un sorriso in ogni momento.

「生きなければならない理由がある人は、

 どんなに苦しい状況の中でも、

 生きてゆき方法を見出せるのです」

(ikinakerebanaranai riyū ga aru hito wa, donna ni kurushii jōkyō no naka demo, ikiteyuki hōhō wo midaseru no desu)

Una persona che ha una ragione per vivere, qualunque siano le situazioni difficili in cui si trova, riesce a trovare un modo per andare avanti.

In questi anni, Tokyo mi ha fatto tanti piccoli doni che alla fine possono racchiudersi in uno solo: l'amore per l'esistenza, e non solo per quella presente che vivo al suo fianco, ma anche per quello che è stato prima, un passato che mi è caro e che conta tanto quanto adesso il presente.

Perché in fondo ciò che conta non è né il dove, né il quando. È sempre il come a fare la differenza.

Così ...

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「置かれた場所で咲きなさい」(Okareta basho de sakinasai)

"Sboccia lì, dove sei stato poggiato", dice un libro che viene alle mie mani come mosso dal fato, mentre rimetto a posto l'ufficio. Un libro speciale, che raccoglie il senso del vivere e che trova spazio proprio in questo tempo, proprio in questo preciso qui e ora dell'esistenza.

Non importa esattamente dove nasciamo, ma quello che diventiamo dopo, evolvendoci a contatto con l'ambiente che ci circonda, rispondendo alle circostanze che si presentano man mano che proseguiamo il cammino. E più rispondiamo a queste circostanze, più saremo in grado di trovare il modo giusto per farlo.

Tokyo mi insegna il valore di ogni singolo istante, che se ben speso è destinato a conservarsi in eterno, e con esso mi insegna il valore delle persone che sento vicine.

Perché la distanza dei dove potrà anche raffreddarne il contatto, ma la mente e il cuore potranno sempre eternarne il legame. 

Sboccia lì, dove sei stato guidato dal destino, dunque, perché se sei in quel dove vorrà dire che hai tutte le ragioni e i come per esserci.

Lost Frequencies ft. James Blunt - Melody (Official Music Video) - YouTube

 

Vivere Tokyo: Un regalo per sé

Oggi (17 luglio) qualcuno rientra da un week end allungato di un giorno, “il giorno del mare” (海の日, umi no hi), e il martedì assume i connotati scomodi e sofferenti di una nuova settimana tutta da scrivere.

Una donna e un uomo salgono sul treno e iniziano a litigare. Si parlano con toni accesi e movimentano questa giornata che la maggior parte di noi vorrebbe baipassare. 

Mi volto verso la donna che insiste nelle sue ragioni costringendo l’uomo ad ammettere una colpa che forse non ha e lui, che non vuole oltraggiare ulteriormente la giornata che si preannuncia pesante, finisce per chinare il capo e chiedere scusa. 

"Shitsurei shimashita" (失礼しました, mi perdoni la scortesia), borbotta rassegnato. Ma è un attimo e vedo lei, con gli occhi gonfi di lacrime, fissare il tablet senza però vederlo. Sembra esasperata, ma non con l’uomo del diverbio appena avuto. Lui è stato solo l’ultima goccia, la miccia che ha fatto esplodere il meccanismo già innescato.

Nel tragitto verso la Shōnan Shinjuku Line, un anziano signore lamenta un dolore al piede sinistro. Una sweet lolita glielo ha appena attraversato con il suo trolley, lungo il tragitto fremente verso Shibuya e Harajuku. 

Si scusa la ragazza in bianco e rosa, ma il dolore non si placa e il vecchio rimane lì, corrucciato in una smorfia di dolore e disappunto.

"La giornata inizia proprio bene!", penso fra me e mi avvio al binario. 

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Arrivata a Kamakura, per un impegno di lavoro improvviso, ecco un incontro inaspettato con chi non avrei mai pensato di incrociare, proprio lì e proprio a quell'ora. Lo sguardo incredulo di entrambe, uno scambio veloce di battute nella fretta del commiato perché il lavoro ci reclama priorità. 

L'incontro che nella casualità è destino, unmei 運命, un movimento 運 che asseconda la vita 命. 

Ho il tempo di prendere un frappuccino allo Starbucks della stazione e due chiacchiere cortesi con la cassiera. L'impegno di lavoro si risolve in poche ore e nell'attesa del successivo mi dirigo verso lo shōtengai vicino alla stazione.

"Excuse me!", chiedono la mia attenzione tre bambini che vogliono rivolgermi delle domande. Un po' in inglese, perché loro vogliono mettersi alla prova con una straniera, e un po' in giapponese per abbattere la distanza che li intimorisce. Mi rivolgono tre semplici domande: 1) Di dove sei? 2) Ti piace il Giappone? 3) Scegli uno sport fra questi (e mi porgono un cartellone con dei disegni fatti a mano). Mi ringraziano del tempo e della disponibilità, poi mi invitano a prendere due origami da una piccola scatola: è il loro modo per sdebitarsi della cortesia, del tempo reso che qui è come l'oro. 

Vengo inspiegabilmente assalita da un senso di serenità. La gioia, penso, è nelle piccole cose e nelle piccole dosi, proprio come quell'incontro inaspettato, quei bambini e i loro origami. Tante piccole gioie, messe in fila, impreviste e nate dai malumori della mattina che li ha preceduti. Come fiori sbocciati dalla melma ...

Il cielo di oggi al tramonto è azzurro, tempestato di nuvole rosa. Un cielo che trasmette calma e non lascia presagire l'arrivo del tifone che domani colpirà Tokyo, minacciando ritardi e blocchi dei treni. Un cielo che è come un regalo, una ricompensa della vita alla vita stessa, che a volte ci dà del filo da torcere, ma che poi, quando ci premia, sa farsi perdonare.

Credo che ognuno di noi abbia bisogno di questi regali, che a volte non vanno pretesi ma solo attesi con pazienza, e altre vanno invece ricercati con occhio vigile e mani pronte ad afferrarli.

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In giapponese esiste un'espressione, 私へのご褒美 (watashi he no gohōbi), che indica una ricompensa per se stessi. E questa ricompensa può essere svegliarsi al mattino con accanto l'amore, lo scambio di un sorriso con un bambino in treno, il cielo d'estate, un caffè per colmare i vuoti, i piedi dentro la sabbia e il bagno nell'oceano. Ma può anche essere un oggetto, quello che si è bramato in vetrina per mesi e che, dopo una lunga attesa, si è deciso di acquistare. Perché è vero che non si può avere tutto e che la smania del possesso va domata, ma è anche vero che, ogni tanto, un regalo per sé fa bene al cuore. E quando questo regalo è meritato, frutto di sacrificio e lavoro, nato dalla melma e dal fango che hanno abbruttito le giornate, esso diventa qualcosa di più che un semplice oggetto: è lo stimolo per proseguire il cammino. 

Vivere Tokyo: 立つ鳥、跡を濁さず o dei giapponesi che non lasciano tracce

Ho letto un articolo qualche giorno fa, dopo l'uscita della nazionale giapponese dai mondiali di calcio. L'articolo in questione elogiava le buone maniere della squadra e, nel caso specifico, l'aver ripulito lo spogliatoio, lasciando nient'altro che un biglietto per ringraziare la comunità russa dell'ospitalità.

Lo commentavo insieme ai miei studenti che, biglietto a parte, hanno definito l'episodio scontato.

"Se io prendo una cosa in prestito e la uso, poi ho il dovere di restituirla esattamente come l'ho presa", asserisce il primo con determinazione.

"Io non credo sia qualcosa di cui stupirsi, ma piuttosto una cosa ovvia!", sentenzia il secondo.

"Giustamente..." - penso tra me e me. Eppure davanti al senso di civiltà giapponese ammetto che anch'io mi scopro spesso strabiliata, forse perché in certi ambienti il rispetto per gli altri, specie per le cose altrui e i luoghi pubblici non sempre è la regola, ma talvolta (purtroppo) l'eccezione. E così, come me, tanti altri finiscono per fare di quel senso di civiltà un episodio degno di nota e di lode, quando invece dovrebbe essere semplice normalità.

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In Giappone, ogni singolo individuo viene responsabilizzato ed educato al rispetto del pubblico sin da piccolo. Si prendono i giochi, si usano, ma non si rompono; si usano, ma poi vanno rimessi a posto; si va via dalla caffetteria, dove si è appena fatto colazione, e ci si assicura di non aver lasciato niente sul tavolo; si trova un oggetto per strada e non ce ne si appropria, piuttosto lo si raccoglie e lo si appoggia poco distante, al sicuro, perché il proprietario potrebbe tornare a cercarlo. Quante cose ho ritrovato grazie a questa forma di cortese empatia!

C'è poi l'educazione allo smaltimento dei rifiuti: la carta va nell'apposito cestino, così le lattine e le bottiglie di plastica. Se il contenitore non è disponibile, allora la cartaccia, la lattina o la bottiglia che sia va messa dentro la propria borsa e portata fino a casa. Quel rifiuto ci appartiene e non sarebbe giusto lasciare che qualcun altro lo trovi dove non dovrebbe.

"Sarebbe una cosa imbarazzante!", mi confessa il terzo.

C'è un'espressione giapponese, 原状復帰 (genjō fukki) che indica il ritorno (復帰, fukki) allo stato originario (原状, genjō) delle cose e suona più come un invito: qualunque uso si faccia di una cosa presa in prestito, tale cosa va rimessa esattamente dov'era e per com'era, così che altri possano beneficiarne a loro volta, ancora e poi ancora.

Accade quindi che i kimono furisode, quelli dalle maniche lunghe usati per le cerimonie importanti, accompagnino ogni giorno donne diverse all'altare, ogni giorno come fosse la prima volta, la loro prima uscita dalla sartoria, la prima dalla scatola ancora confezionata.

E i kimono sono solo un esempio fra le tantissime cose (anche di valore) che la comunità giapponese riesce a condividere civilmente. Non troverete probabilmente bagni pubblici più puliti di quelli giapponesi!

立つ鳥、跡を濁さず

/Tatsu tori, ato wo nigosazu/

"L'uccello che si alza in volo, non lascia tracce", recita un proverbio e i giapponesi sono esattamente come questi uccelli, che non sporcano il nido che abitano, né lo stagno da cui bevono e da cui poi spiccano il volo. I giapponesi non lasciano tracce.

C'è un rispetto profondo e profuso per tutto ciò che non può definirsi solo nostro e non si prova piacere nel rompere, sporcare, rovinare, offendere oggetti, luoghi e persone. Se accade, è una vergogna, non un vanto, e la vergogna, in giapponese 恥 (haji), ha le orecchie (耳, mimi) che palesano l'imbarazzo arrossendo, perché un cuore (心, kokoro), quando sbaglia, deve saperlo riconoscere.

Vivere Tokyo: Natsukashii è la nostalgia

La nostalgia ha le note di "No one" di Alicia Keys (2007) e "Come foglie" di Malika Ayane (2009); "Ero contentissimo" di Tiziano Ferro (2006) e  "Somebody that I used to know" di Gotye (2012). Melodie che hanno accompagnato un pezzo di vita già trascorsa.

La nostalgia ha l'odore dell'olio per capelli che ho comprato in Italia, al ritorno dal Giappone per le vacanze di Natale. Sembrano passati anni, eppure era solo il 2016, e quell'essenza di sandalo e semi di lino mi riporta rapidamente a quei giorni, quando vivevo a metà tra due realtà lontane senza sentirmi inadeguata in nessuna.

La nostalgia ha il gusto del tiramisù della mamma la domenica di un anno qualunque e del salameturco della zia nelle ricorrenze speciali; del cono gelato alla fragola che la nonna comprava ogni pomeriggio d'estate dal furgoncino ambulante, lo stesso gusto che ritrovo nei biscotti rosa capriccio del Seven Eleven.

Me li fa assaggiare per caso la collega e il ricordo di me bambina trepidante alla sirena del furgoncino si fa dejavu.

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La nostalgia ha il tempo scandito da pause al caffè con la nonna, sotto la grande finestra della sua cucina, che per la malattia non ha più usato. Pause che restano un ricordo fermo al 2008 assieme a lei, la sua vestaglia blu e la sua tazzina speciale con gli iris, quella che adesso mamma protegge in una credenza. 

Annate che si susseguono uguali e momenti che dentro queste si susseguono diversi: c'è il 2005 e poi il 2007, il 2012 e poi il 2015. Anni all'italiana, fatti di gioia e dolore che oggi si mescolano indistintamente, facendosi tutt'uno con la nostalgia.

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Camminando per la via lunga, stretta e in salita che mi riporta a casa dalla stazione, alla sera quando il cielo è ormai blu scuro, sento profumo di carne alla brace e peperoni, ma forse è solo il kinpiragobō. Ѐ subito luglio in Italia, con le cene in veranda, poco dopo il calare del sole, e in sottofondo lo stereo di una macchina che passa alla radio l'ultimo tormentone dell'estate.

La bellezza delle cose semplici, nell'ignoranza fortunata di quello che è il resto del mondo.

Attraverso l'incrocio di Shibuya da una parte all'altra, stretta tra la gente che mi viene addosso e mi spalleggia. Ripenso alle passeggiate nella lunga piazza di paese che come una colonna vertebrale lo spacca in due ed è un gelato a Santa Flora e un Crodino al pub. Stradine che in estate diventano un groviglio di folla e chiacchiericcio. "C'è troppa gente!", lamenta qualcuno, ma è solo questione di proporzioni e capienze. Tokyo me lo ricorda ogni giorno.

Salgo in macchina con K. e la sua famiglia, al ritorno da un Sushi bar un venerdì sera e la nostalgia è il giro in macchina all'ora tarda per le vie del paese di provincia, con gli occhi che fanno a botte col sonno e la volontà che lo contrasta inutilmente.

Dal finestrino, Tokyo improvvisamente si riduce: agli stradoni solo stradine, che si attorcigliano tra gli abitacoli di una metropoli sconfinata e l'occhio che si perde a scrutarne i dettagli. Non sembra più lei, Tokyo, ma il mio paese alla sera, a un ritmo che dondola lento la culla.

La nostalgia vive attraverso un ricordo e il ricordo prende vita attraverso i sensi,  al contatto con la realtà. E questo mi dimostra che puoi vivere dall'altra parte del mondo, non vedere il mare e non nuotarci per anni, ma non dimenticherai mai quello che è stato, né quello che hai vissuto.

懐かしい (natsukashii) in giapponese è la nostalgia, con gli occhi che si commuovono per quello che non c'è più, ma che il cuore 心, ostinato, non dimentica.

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Special credit to R. Yamada for the header and R. Biancardi for the profile picture.