Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: Ricordo la gioia

Tra i pochi libri che ho portato con me a Tokyo dall'Italia, ce n'è uno di Terzani.

Lo ritrovo sulla mensola e già dalle prime pagine mi accorgo che, ancora una volta, è stato il destino a guidare le mie mani sulla libreria, tra righe di parole che sposano perfettamente le riflessioni di questi giorni.

Tutto è diventato così facile oggi che non si prova più piacere per nulla. Il capire qualcosa è una gioia, ma solo se è legato a uno sforzo. (T. Terzani, da "Un indovino mi disse")

La gioia, uno stato semplice di benessere, quando il cuore ci sorride e sorride al mondo e quando quello che ci circonda, improvvisamente, spalanca le braccia per accoglierci nel suo abbraccio.

La gioia, di soppiatto, ci sorprende accoccolati sul divano di casa, con mamma che ci dorme accanto e papà che rientra dal lavoro; ci ritrova alla vigilia di Natale, mentre condividiamo i ricordi di un anno con i nonni, accanto all'albero e alle sue lucine intermittenti. E poi ancora sulla ruota panoramica, davanti a una proposta che è insieme promessa di felicità e compagnia eterna.

La gioia, esattamente come il dolore, non si può predire. Ci coglie alla sprovvista, perché (volendoci pensare) se non lo fossimo davvero (impreparati), non esisterebbe, né saremmo in grado di provare emozione alcuna e ciascun momento finirebbe per essere identico a se stesso e così a ogni altro.

Non esiste gioia senza sforzo, senza fatica e senza impegno. Non esiste gioia senza dolore. E Terzani, seppur con altre parole, credo intendesse dire proprio questo.

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Era il 2015 e più precisamente il mese di dicembre. Erano trascorsi già un paio di mesi da quando avevo presentato tutti documenti e non sapevo se l'ufficio immigrazione mi avrebbe o meno accordato il permesso di soggiorno in Giappone.

Davanti al mio solito caffè della mattina e a quell'email che da Tokyo mi chiedeva ancora paziente attesa, ricordo di aver condiviso con mia cugina lo sconforto, ma ancor più il presentimento che le mie aspettative sarebbero state disattese. Il destino, pensavo, si stava divertendo alle mie spalle.

Pochi giorni dopo, alla vigilia di Natale, ricordo di aver pregato più forte. Mi ero appena congratulata con un'amica, seduta alla mia destra, a cui era stato confermato il dottorato e lei, più di chiunque altro, sapevo che meritava quella gioia. Una gioia importante, la stessa che inseguivo anch'io da mesi.

Nella tensione di quel momento, cercavo di giustificare a me stessa l'attesa, che nell'incertezza del futuro si era già fatta disillusione e delusione. Ma in quel preciso istante non potevo immaginare, né sapere che il destino aveva già in serbo per me la risposta.

Il giorno seguente, proprio a Natale, arrivata in allegato come un pacco regalo lampeggiava sul cellulare la comunicazione ufficiale che ce l'avevo fatta. Il permesso mi era stato accordato. Un permesso lungo, di quelli che di rado vengono concessi al primo tentativo.

Ricordo di aver pianto davanti al mio caffè di quel 25 dicembre e di aver condiviso con mia madre la gioia di quegli attimi. E lei sarebbe stata la sola per i primi giorni a seguire, perché certe verità vanno rivelate a bassa voce, specialmente se oltre alla felicità nascondono il germe del dolore. E io sapevo che quella notizia, per quanto per me meravigliosa, avrebbe arrecato del dispiacere a chi della mia presenza aveva fatto una costante (forse anche un'abitudine).

Ricordo il cambiamento, ancora una volta urgente, che mi centellinava il tempo di quei giorni.

Ricordo l'inverno rigido ad accogliermi a Narita, la neve immobile a contornarne i marciapiedi e le strade. La telefonata a M. dal telefono pubblico dell'aeroporto: "Sono appena atterrata!". Con me due valigie pesanti, colme del solo necessario; il libro di Terzani e una penna speciale dentro lo zaino di sempre, quello dei tempi del ginnasio. 

Nel cuore la gioia, sincera e smisurata. Improvvisamente, il tappo alle ansie era saltato, e queste erano volate via, liberandomi, finalmente!

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Da quel giorno sono passati quasi tre anni, anni durante i quali Tokyo è stata silente spettatrice di un processo evolutivo naturale, ma pieno di ostacoli, che mi ha visto cadere e rialzarmi molte volte.

A ogni schiaffo ricevuto, Tokyo mi ha visto porgere l'altra metà del viso, instancabilmente. Perché qui ho imparato a limare e domare la mia indole; a preferire il compromesso allo scontro; l'umiltà di essere prima ospite e poi convivente. 

Nei sorrisi e soprattutto nelle lacrime, la gioia sempre presente, a non farmi rimpiangere un solo giorno di questi anni. 

La gioia che, ancor prima che "ricevere", è dare e sacrificare qualcosa di se stessi, di quello che si è sempre creduto indispensabile, ma che in fondo non lo era poi veramente.

Vivere Tokyo: 住めば都 o di mosche dentro a un barattolo

Soffia un'aria fredda dentro l'aula insegnanti. L'autunno è arrivato in punta di piedi, con le sue giornate già più corte, cieli quasi sempre grigi e uggiosi, fogliame variopinto ammucchiato qua e là. 

C'è silenzio e ciascun docente è intento nel suo da fare. Le maniche lunghe che si aggirano tra le scrivanie sanno del tempo di novembre, che a Natale ci mette poi poco ad arrivare e quest'anno il Natale lo passerò a casa, in Italia.

Mi perdo nell'immaginare come sarà a dicembre e quello che ha da venir prima, che mi desta sempre un po' di quell'ansia maledetta che mai m'abbandona.

In un battito di palpebre è arrivato ottobre, il mese delle mie ripartenze, quest'anno anche dei miei trent'anni, un'età importante che demarca, come una linea, il confine tra l'esperire e il definire. E l'anno prossimo sarà tutto in definizione. Già tutto è deciso (o quasi).

Lo scorso weekend ero in Corea, precisamente a Seul, con K. che cercava di spiegarmi le differenze culturali e i tratti somatici, attraverso cui lui sembra saper riconoscere anche a distanza un connazionale da un altro (davvero sbalorditivo!). "I coreani hanno gli occhi più aspri", mi dice senza malizia, "E la faccia è squadrata". Così, mentre tra me e me mi domando la nazionalità di chi ci è a qualche tavolo di distanza, lui ha già dentro di sé la risposta.

Un paese vicinissimo al Giappone, a sole 3 ore di volo da Tokyo, eppure culturalmente distante, di quella distanza che ancora una volta si è allargata dentro al mio cuore, formulandosi in nostalgia per quella che ormai è casa: Tokyo.

Mi sono scoperta abituata al modo di fare giapponese più di quanto pensassi, ai dettagli, anche superflui, che mi accompagnano ovunque; alla gentilezza, anche eccessiva, che mi fa sentire sempre e comunque considerata. Mai totalmente abbandonata a me stessa, ma sempre presa per mano.

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Mi è bastato spostarmi di poco dal Giappone per ritrovare una praticità spicciola, fatta di ovvietà senza sottotitoli, né guide. E mi sono scoperta desiderosa di più dettagli, di più sottotitoli al mio gap culturale.

Meravigliosi i paesaggi esotici, di un'Asia variopinta che sto imparando a conoscere piano piano, sempre più affascinante, sempre nuova per me che la guardo con gli occhi di una sconosciuta ... Gli occhi di una straniera.

E lì mi è venuta in mente un'immagine duplice: quella di una mosca dentro al barattolo.

- La mosca che si dimena, sbattendo le ali da una parte all'altra dell'area circoscritta, che la costringe a movimenti contenuti, limitati e limitanti.

- La mosca che ha fatto dei limiti del barattolo i suoi stessi limiti e danza ora coerente e conforme allo spazio di cui sa. Quel perimetro non le è più d'ostacolo, anzi! È il solo spazio che la mosca adesso conosce e in cui sente di star bene.

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Quel barattolo è l'esatta metafora di ogni luogo sulla terra. Il grado di familiarità ne determina il tipo di vita al suo interno, che può essere come una prigione, oppure una vasta prateria; il secchio, oppure il mare. E la performance della mosca è l'esatta evoluzione che ogni essere umano compie all'interno di un perimetro. 

Esiste in giapponese un'espressione speciale, a cui mi sono già affezionata, perché le parole e gli ideogrammi sono come piccole gemme che amo collezionare in questa lingua. Un'espressione breve, che racchiude in sé un significato intenso. È stato K. a trovarla, mentre cercavo di spiegargli questa percezione. "Forse questa?", chiede, servendomela lì e dando un senso ultimo a queste righe.

住めば都(sumeba miyako). Casa diventa qualunque posto in cui tu riesca a vivere. 

Così Tokyo ha finito per diventare la mia 住み心地 (sumigokochi), il mio luogo del cuore, in cui vivere mi riesce bene e forse meglio di ogni altro luogo sulla terra.

住めば都(sumeba miyako). Se ci vivi bene, allora è casa.

E ho realizzato che è sì bello viaggiare, scoprire e vedere nuovi posti, ma non si placa mai quel bisogno di tornare dove si è stati bene. E per me, ad oggi, quel dove è Tokyo.

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Vivere Tokyo: Dell'amore e i suoi luoghi d'ombra

Shibuya ha il giorno che si fa notte a tutte le ore. È la magia dei love hotel (ラブホテル) e della voglia che la smuove e la persuade; il disincanto di luoghi dedicati e dell’amore che si ritaglia a forza i suoi spazi vitali.

Poco distante dal cinema Vera e Bunkamura, ecco una sfilza di strutture in stile europeo, un po’ eccentriche, su cui campeggia la scritta inglese "rest". Offrono soggiorni brevi, fatti di una manciata d'ore, a poco più di 3.000 yen (circa 24,00 euro). Abitacoli dalle luci soffuse e dai nomi improbabili, scenario di notti indimenticabili o semplici habitué notturni. 

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Coppie sposate che cercano di sfuggire alla solita routine, ai giorni che si susseguono tutti uguali, in cui incontrarsi a metà strada tra la notte e il giorno sembra impossibile pur condividendo lo stesso tetto.

Amanti dall’amore fugace e proibito, che si sono innamorati o forse solo invaghiti alle spalle e alle spese di terzi.

Adolescenti dagli amori prematuri, giovaniinesperti ... Scivolano abbracciati per la stradina dell'amore, tutti a passo lento di libido.

Ad accoglierli all'ingresso del love hotel, un pannello meccanico da cui selezionare la camera e una mano a porgergli la chiave da sotto una tenda. 

Non si parla, non si chiede l’identità degli ospiti, né l’età. Nessuna presenza scomoda, nessun documento, nessun nome richiesto e svelato. C’è un tacito accordo che tutela la privacy degli amanti.

Nessuno schiamazzo, nessuna vergogna lungo la via che conduce a questi luoghi d'ombra, piuttosto contegno e decoro. Qui del sesso non si fa mistero, né tabù, perché i love hotel sono un luogo come un altro per celebrare l'amore in poche ore, in quel solo tempo che si ha a disposizione, al riparo da occhi indiscreti.

Mi appaiono seri i due che mi vengono incontro sulla strada e che poi svoltano a sinistra all’ingresso dell’Amore (così si chiama il love hotel che hanno scelto per loro quella domenica pomeriggio).

Lui le avvolge i fianchi con il braccio, fingendo una possanza che non gli è propria. Mi sembra un ventenne che si atteggia a fare l'uomo vissuto, ma Shibuya non ha pregiudizi e serve a chiunque l'opportunità di esperire.

Di fianco a lui la ragazza, cinta in vita dal braccio di lui, sta calibrando dentro di sé le emozioni del momento, per realizzare in fretta quello che di lì a poco accadrà. Ha un tubino avorio, che la sagoma, e sandali neri dai tacchi alti e squadrati. Quel pomeriggio, quando ha scelto cosa indossare, lo ha fatto con la premessa di quel fine giornata e la consapevolezza della direzione dei suoi passi in quella via.

Ha i capelli unti dalla brillantina e mani in tasca l'uomo dal completo blu elettrico che avanza spedito. Un charao (チャラ男, donnaiolo) in piena regola, fradicio di dopobarba e Mevius al mentolo. Ha la fede al dito, ma dubito che la moglie sia la quasi ventenne che lo accompagna barcollante sui tacchi.

Lui le sussurra languido due parole all'orecchio; lei socchiude lo sguardo, si finge amante esperta. Qualche risatina stridula suggella il patto e via anche loro giù per la stradina che li inghiotte sorda.

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I giapponesi amano l’amore esattamente come gli  italiani, ma sono forse più pratici e meno  trascendentali. Se in alcuni contesti ci si perde nella formalità, in altri si va dritto al sodo e i love hotel rappresentano l'esplicito, la verità senza il panegirico della forma.

Luoghi singolari, che non sono né più, né meno di quello che  offrono: intimità e privacy incondizionate, a chiunque e a qualsiasi ora. 

Perché tutto qui a Tokyo ha i suoi luoghi e i suoi tempi, anche l’amore, e l'amore in questi luoghi dedicati si dilata nei minuti e nelle ore, prendendosi il tempo, lo spazio e la privacy che gli spettano, senza l'ansia di doversi necessariamente ostentare e manifestare in ogni dove.

S A Y C E T - Dream Factory - YouTube

Vivere Tokyo: Oltre il contingente, l'essenziale

Apre le braccia e le stende al cielo. Compie movimenti circolari e respira a pieni polmoni, diretta al sole di questa giornata di agosto, una delle ultime soleggiate della stagione.

Qualche passante la osserva nel suo caschetto bruno, mentre adesso si agita e scuote disarticolata il corpo, per riattivarne la circolazione. Si gode il momento, l’inizio della giornata, che nell’attesa di quello che sarà, è la parte più bella del vivere.

Shibuya sbadiglia e, proprio come quella ragazza minuta, prende vita lentamente. Sono le 9:30 di un solito mercoledì di lavoro, con la sveglia alle prime luci del giorno e un sonno interrotto che più tardi si farà torpore.

Oggi soffia una brezza leggera, che preannuncia l’autunno e con esso certe prese di posizione, certe risoluzioni prima che l’anno si chiuda con gli ultimi bilanci. In un attimo, è già settembre.

Seduti accanto a me in un caffè, un uomo e una donna provano ad avere una conversazione. “Provano”, perché lui non la smette di guardare il cellulare, negandole le attenzioni che lei si lascia pendere dalle labbra.

La donna, con una voce di sigarette e mattino presto, lo stuzzica con domande che ne rivelano la giovinezza del rapporto.

Continua con insistenza, ma l’uomo che le è accanto sbadiglia e divaga. Non la guarda nemmeno per sbaglio e mentre il suo sguardo si perde davanti a sé, tra i passanti all’incrocio, lei gli prende la mano, poi il braccio. Si preoccupa: “Sei stanco?”, ma la risposta rimane vaga.

Poco più avanti, una donna dalle unghie laccate di rosso, in pendant con la pashmina avvolta al collo, legge un libro mentre osserva l’incrocio spoglio di Shibuya. Si perde nella lettura, cercando per le strade quello che il suo libro le regala e che forse la realtà non potrà mai restituirle degnamente.

Nel frattempo, davanti al palazzo 109, la calca di adolescenti frementi si è già radunata. Attendono l’apertura dell’edificio per potersi riversare nei negozi e i capi sgargianti. La ragazza del risveglio muscolare di poco fa è lì fra loro, in prima fila. Vuole essere la prima a tagliare il nastro, la prima a raggiungere Dazzlin per acquistare quel vestito che la farà sembrare più alta, slanciata e bella, proprio come la modella del catalogo e tutto secondo la visione distorta che Facebook & Co. le regalano quotidianamente. Parametri estetici di cui un occhio attento e obiettivo saprebbe riconoscerne l’idiozia. E come lei, tante altre lì fuori, anime fragili convinte che la bellezza stia nell’apparenza e il valore nel possesso, perché questo è ciò che la società oggi ci insegna malamente, qui come altrove nel mondo. 

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R. è sposato da diversi anni con una donna che ama molto, ma lei da qualche tempo non lo ricambia, perché non può permettersi di regalarle la borsa di Prada che brama da settimane; il braccialetto Tiffany che ha adocchiato su Instagram; il viaggio a Okinawa che ha appena fatto la collega stronza, quella che è arrivata in ufficio sventolandole in faccia il  suo soggiorno da sogno. 

Così, lui che l’unica cosa che vuole è un figlio, dovrà rassegnarsi a non averlo mai, perché lei vuole punire così le sue mancanze e i suoi “non posso”.

Provo tenerezza per lui, che ha iniziato a bramare il denaro con la stessa avidità con cui brama un erede, perché anche per lui i soldi sono diventati alla fine il mezzo per avere ciò che vuole.

“Se le faccio un regalo, forse lei ci ripensa”, mi dice con un barlume di speranza negli occhi. 

“Non mi sembra la soluzione …”, do voce alla mia perplessità, col timore di aver mandato in frantumi la sua speranza. “Hai ragione ...”, conclude lui disilluso.

Crediamo spesso e a torto che la felicità sia nel possesso continuo e la smania ci fa perdere di vista il valore del tempo e dell’esistenza, che invece non ci è dato di possedere, ma solo di definire. Ed è proprio in quel definire che la gioia andrebbe ricercata.

Il possesso è una gioia destinata a durare il tempo di una sfoggiata, un complimento probabilmente anche ipocrita. Allora, passata l’euforia e l’entusiasmo, si passerà al desiderio successivo e così ancora, in un continuo rimandare la felicità. 

Dovremmo invece saper farcire le nostre giornate con ricordi indelebili e persone non accessorie, ma essenziali alla nostra esistenza. Il materialismo, come tutto ciò che è contingente, è infatti il preludio dell'insoddisfazione (不満 fuman), che è assenza (不, fu) di pienezza (満, man) e fame continua.

Ji-Eun Lim (임지은) - Imagine - YouTube

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