Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: Riflessioni d'autunno

È un tappeto d'oro quello che mi trovo a percorrere a Gaienmae, una delle fermate sulla linea Ginza, un sabato mattina libero d'eccezione. 

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Decido di andare a vedere l'autunno che Tokyo ha in serbo da qualche settimana e che, purtroppo, per impegni di lavoro ho sempre rimandato.

Ad accogliermi a pochi passi dalla stazione, un viale di gingko d'oro (in giapponese, いちょう ichō) e gente intenta a coglierne gli angoli più belli, cercando di fermare con la fotocamera l'attimo fuggente, proprio come lo sono le foglie d'autunno.

Non è uno di quei giardini dove perdersi delle ore, sedersi e godere della calma del luogo, ma è sicuramente uno spettacolo da non perdere!

I gingko svettano alti sul lungo viale, in una doppia fila di rette parallele. Sembrano pini, ma meno fitti e dalle punte più allungate e sottili. 

Tutto attorno, il grigiore delle strade e degli edifici, fa di quei ginkgo una placca d'oro sul paesaggio d'asfalto.

Camminando a passo non troppo comodo, sento lo scricchiolio del fogliame sotto ai piedi. Penso all'anno che sta per finire e che quasi mi impone di tirare le somme, ma il grosso che mi aspettavo e quello che c'era da fare, si è già fatto passato. 

A tratti, sento come se l'anno potesse concludersi già, eppure fino all'ultimo pare spunti sempre qualcosa di nuovo e importante da fare, che pone come i primi tasselli, le prime basi per un 2019 pieno di cambiamenti significativi ...

La fine dell'anno è sempre un gran da fare da queste parti. E intanto, nei negozi e per le strade, aleggia l'atmosfera natalizia e placa quella sensazione d'ansia che a volte si insinua tra le pieghe delle mie giornate. Così poggio lo sguardo stanco, alla sera, su tutto quello che mi capita a tiro sulla via verso casa e mi lascio cullare dall'immaginazione.

L'uomo che si annoda la cravatta sul treno, nel suo elegante completo blu scuro. Si alza in piedi, non curante di chi gli siede intorno. Si guarda nel riflesso del finestrino.

Il ragazzo che con una mano sistema la frangia della compagna, mentre con l'altra tiene la bicicletta, e lei che lo lascia fare, compiaciuta ... Immagini che mi scorrono davanti come diapositive e che vorrei fermare sulla carta, per non doverle dimenticare un giorno. 

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Percorro la stessa strada fino alla stazione, salgo sullo stesso treno, quasi sempre sullo stesso vagone, da quasi tre anni ormai. Eppure, Tokyo mi offre ogni giorno spaccati di vite diverse, che non ho mai l'impressione di riconoscere. Forse è questo che a volte mi spiazza: il non riuscire a scorgere volti familiari, nemmeno per sbaglio. Allora riscopro quel senso di solitudine che mi rende sempre più consapevole di me, dei miei limiti e dei miei punti di forza.

Nella solitudine dello spirito, non proprio del corpo, paradossalmente scopro il piacere del vivere. Imparo ad apprezzare la vita per quello che è e per quello che mi offre, cercando di farmi bastare ciò che ho, perché nell'assennata e perenne ricerca di qualcosa, se questo qualcosa non sempre arriva, bisogna anche imparare a sedare la fame e dirsi:

Va bene così. Non è ancora l'autunno giusto.

Calum Scott, Leona Lewis - You Are The Reason (Duet Version) - YouTube

Vivere Toyko: Chiedere scusa o dell'acqua torbida

Il tempo mi sfugge di mano e le giornate si susseguono, seppur piene, a ritmi che non saprei definire. Intanto, Tokyo si fa sempre più fredda, annunciando dicembre e con esso l’inverno.

Fremo all’idea di Natale, di un ritorno breve in Italia che si farà presto ripartenza, ma ormai Tokyo è casa e ora che il permesso si è rinnovato, così come la speranza lo aveva partorito, questa realtà si conferma più forte.

Sedute in una caffetteria al Marui di Kichijōji, R. mi chiede consigli sulla pronuncia e l’intonazione di alcune battute della Bohéme. Tra un quadro e l’altro di Puccini, mi racconta dei suoi amori, della passione che la pervade. Perché quegli amori, di cui studia sapientemente le parti, in fondo le appartengono più di un semplice ruolo.

Mi parla delle sue delusioni recenti, di quegli amori che hanno preso e preteso, senza darle nulla in cambio e, fra questi, anche quello di un ragazzo italiano.

R. passa all’attacco, gli rimprovera appuntamenti rimandati e quella mancata dedizione che i più credono sia connaturata all’uomo latino. 

Eppure, il ragazzo che R. ha conosciuto pare non sia mai stato capace di dirle “grazie” oppure “scusami”.

Noi giapponesi chiediamo scusa in ogni circostanza e non perché ci sentiamo in colpa", incalza, "ma perché sappiamo che l’altra persona potrebbe aver patito un fastidio a causa del nostro comportamento egoista. Chiediamo scusa più per l’altro, che non per il nostro bisogno di essere assolti”.

Un pensiero per certi versi illuminante, che mi giustifica e chiarifica altri episodi antecedenti.

Nello stereotipo culturale, i giapponesi sono quelli “gentili”, che chiedono scusa sempre, anche quando non è richiesto, e questo in parte contribuisce a contraddistinguerli per gentilezza e altruismo.

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In Giappone, chiedere scusa non è necessariamente un'ammissione di colpa. Ci si scusa perché il disturbo, il fastidio, la sofferenza dell'altro conta più del proprio io che ha agito per se stesso, perdendo di vista il prossimo che lo affianca. Dimostrarsi costernati per quello che, pur non volendo, si è causato; per quello che, sebbene non ci tocchi personalmente, lo fa indirettamente attraverso il disappunto dell'altro che ci vive accanto, intorbidendo le acque del suo quieto vivere: questo è il senso profondissimo del chiedere scusa in Giappone.

Il termine すみません (sumimasen) con il quale si è soliti scusarsi in giapponese, deriva dall'espressione 水が澄む (mizu ga sumu), che indica l'acqua limpida cristallina, in quanto quieta.

すみません (sumimasen), nella forma negativa del verbo 澄む sumu, indica invece l'esatto contrario: l'acqua è stata smossa, dunque è torbida.

Mi scusi se ho smosso le acque della sua quiete, sembrano voler dire i giapponesi e lo fanno in ogni momento ritengano ce ne sia bisogno, senza star lì a chiamarsi la ragione e a puntare il dito. Perché il dispiacere altrui, il disagio provato dall'altra persona viene prima di se stessi, prima del proprio interesse. 

Questo popolo mi insegna quindi a chinare il capo, a preferire l’armonia e il quieto vivere allo scontro fine a se stesso. Alla base di così tanta gentilezza, cortesia, armonia c'è il rispetto verso tutti e tutto, l'educazione alla rettitudine e alla correttezza.

E questi valori, se perseguiti dai più, diventano un incentivo per il singolo a seguire il buon esempio e farlo proprio. Non pensiate, dunque, che questi valori siano un'esclusiva della realtà giapponese. La verità è che a scusarsi e a dire grazie ci vorrebbe sempre qualcuno che ce lo insegni, che ci dia il giusto esempio. Ma ognuno di noi può diventare quel modello, basta solo volerlo fortemente.

Vivere Tokyo: 死ぬこと以外 Il resto non è che una ferita

Ottobre è appena passato. Un mese intenso, pieno di svolte, passi in avanti e passaggi inevitabili. Perché nell'arco di un anno ci sono sempre quei periodi in un cui ci viene richiesto di agire più che in altri, e allora le giornate si allungano nei risvegli all'alba, nel sonno che si sacrifica per amore dei pesci da pigliare.

Mano alla penna, che attenta si muove sui fogli del futuro. Cercando di evitare l'errore, pronta a dimostrare che merita ancora di restare. Come se da questa sola dipendesse la possibilità di un domani ancora da progettare, su cui condire la speranza che perpetua il presente. E lei, la mano, la pressione la sente e per questo trema.

Intanto il cuore si agita in attesa di risposte, di segnali dal destino, a indicare ancora una volta il passo successivo da compiere e la direzione da dare ai sogni. 

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Un periodo intenso, ottobre, fatto di inizi importanti e progetti che mai avrei pensato di intraprendere, eppure ... eppure ...

A un tratto, la mente si trova a riflettere sull'ansia, sull'agitazione che si accompagna a certe fasi della vita, specie in quelle dove la progettualità si intensifica e si calcifica in prese di posizione e risoluzioni. 

Quando poi si riequilibrano le emozioni, se ne domano gli eccessi, accade che si guarda in faccia la paura per ciò che è realmente e lì ci si accorge che, in fondo, non è niente e quel niente lo stabilisce il paragone con la morte, con la malattia che alla morte può portare.

死ぬこと以外かすり傷 (shinu koto igai kasuri kizu)

"Al di là della morte, il resto non è che una ferita", dicono i giapponesi.

Quando sopraffatti dagli eventi, quasi sull'orlo del panico, improvvisamente accade che tutto si riequilibri; quando, negli attimi di lucidità, ci si scopre ridicoli di fronte al problema, che in fondo ha una soluzione. Tutto ha una soluzione, tranne (appunto) la morte. E anche se non dovesse avere una soluzione, il problema non sarà che una ferita.

"Ogni forma di dolore va rispettato", mi diceva esattamente un anno fa un'amica, sopraffatta dal dolore. "Non mi sta bene che la gente mi giudichi perché soffro per un motivo che può sembrare futile, come se non avessi il diritto di farlo". 

E come darle torto. Ogni sofferenza merita la giusta compassione e il giudizio andrebbe sospeso, perché non necessario e non richiesto. 

I giapponesi non giudicano il dolore altrui, ma a chi confonde il problema con la fine di tutto; a chi non sa discernere tra ostacolo e capolinea; a chi finisce per attribuire un peso spropositato a tutto, perdendo di vista le cose davvero importanti, qualcosa, sì, la dicono e pure forte:

死ぬこと以外かすり傷

Oltre la morte, il resto non è che un graffio destinato a sparire o, al massimo, a lasciare una cicatrice.

Alla morte, invece, non c'è rimedio. E questo ancora una volta ci costringe a comprendere quanto non serva perdersi d'animo per il superfluo, che occorre investire tempo ed energie su cose che meritano davvero. Quando il tempo ci sfugge senza modalità, né ragione, è un po' come se la morte, piano piano, stesse avanzando carponi nella nostra direzione.

Finché c'è salute e finché c'è vita, il resto non è che una ferita.

Happy End (ハッピーエンド)

Vivere Tokyo: Ricordo la gioia

Tra i pochi libri che ho portato con me a Tokyo dall'Italia, ce n'è uno di Terzani.

Lo ritrovo sulla mensola e già dalle prime pagine mi accorgo che, ancora una volta, è stato il destino a guidare le mie mani sulla libreria, tra righe di parole che sposano perfettamente le riflessioni di questi giorni.

Tutto è diventato così facile oggi che non si prova più piacere per nulla. Il capire qualcosa è una gioia, ma solo se è legato a uno sforzo. (T. Terzani, da "Un indovino mi disse")

La gioia, uno stato semplice di benessere, quando il cuore ci sorride e sorride al mondo e quando quello che ci circonda, improvvisamente, spalanca le braccia per accoglierci nel suo abbraccio.

La gioia, di soppiatto, ci sorprende accoccolati sul divano di casa, con mamma che ci dorme accanto e papà che rientra dal lavoro; ci ritrova alla vigilia di Natale, mentre condividiamo i ricordi di un anno con i nonni, accanto all'albero e alle sue lucine intermittenti. E poi ancora sulla ruota panoramica, davanti a una proposta che è insieme promessa di felicità e compagnia eterna.

La gioia, esattamente come il dolore, non si può predire. Ci coglie alla sprovvista, perché (volendoci pensare) se non lo fossimo davvero (impreparati), non esisterebbe, né saremmo in grado di provare emozione alcuna e ciascun momento finirebbe per essere identico a se stesso e così a ogni altro.

Non esiste gioia senza sforzo, senza fatica e senza impegno. Non esiste gioia senza dolore. E Terzani, seppur con altre parole, credo intendesse dire proprio questo.

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Era il 2015 e più precisamente il mese di dicembre. Erano trascorsi già un paio di mesi da quando avevo presentato tutti i documenti e non sapevo se l'ufficio immigrazione mi avrebbe o meno accordato il permesso di soggiorno in Giappone.

Davanti al mio solito caffè della mattina e a quell'email che da Tokyo mi chiedeva ancora paziente attesa, ricordo di aver condiviso con mia cugina lo sconforto, ma ancor più il presentimento che le mie aspettative sarebbero state disattese. Il destino, pensavo, si stava divertendo alle mie spalle.

Pochi giorni dopo, alla vigilia di Natale, ricordo di aver pregato più forte. Mi ero appena congratulata con un'amica, seduta alla mia destra, a cui era stato confermato il dottorato e lei, più di chiunque altro, sapevo che meritava quella gioia. Una gioia importante, la stessa che inseguivo anch'io da mesi.

Nella tensione di quel momento, cercavo di giustificare a me stessa l'attesa, che nell'incertezza del futuro si era già fatta disillusione e delusione. Ma in quel preciso istante non potevo immaginare, né sapere che il destino aveva già in serbo per me la risposta.

Il giorno seguente, proprio a Natale, arrivata in allegato come un pacco regalo lampeggiava sul cellulare la comunicazione ufficiale che ce l'avevo fatta. Il permesso mi era stato accordato. Un permesso lungo, di quelli che di rado vengono concessi al primo tentativo.

Ricordo di aver pianto davanti al mio caffè di quel 25 dicembre e di aver condiviso con mia madre la gioia di quegli attimi. E lei sarebbe stata la sola per i primi giorni a seguire, perché certe verità vanno rivelate a bassa voce, specialmente se oltre alla felicità nascondono il germe del dolore. E io sapevo che quella notizia, per quanto per me meravigliosa, avrebbe arrecato del dispiacere a chi della mia presenza aveva fatto una costante (forse anche un'abitudine).

Ricordo il cambiamento, ancora una volta urgente, che mi centellinava il tempo di quei giorni.

Ricordo l'inverno rigido ad accogliermi a Narita, la neve immobile a contornarne i marciapiedi e le strade. La telefonata a M. dal telefono pubblico dell'aeroporto: "Sono appena atterrata!". Con me due valigie pesanti, colme del solo necessario; il libro di Terzani e una penna speciale dentro lo zaino di sempre, quello dei tempi del ginnasio. 

Nel cuore la gioia, sincera e smisurata. Improvvisamente, il tappo alle ansie era saltato, e queste erano volate via, liberandomi, finalmente!

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Da quel giorno sono passati quasi tre anni, anni durante i quali Tokyo è stata silente spettatrice di un processo evolutivo naturale, ma pieno di ostacoli, che mi ha visto cadere e rialzarmi molte volte.

A ogni schiaffo ricevuto, Tokyo mi ha visto porgere l'altra metà del viso, instancabilmente. Perché qui ho imparato a limare e domare la mia indole; a preferire il compromesso allo scontro; l'umiltà di essere prima ospite e poi convivente. 

Nei sorrisi e soprattutto nelle lacrime, la gioia sempre presente, a non farmi rimpiangere un solo giorno di questi anni. 

La gioia che, ancor prima che "ricevere", è dare e sacrificare qualcosa di se stessi, di quello che si è sempre creduto indispensabile, ma che in fondo non lo era poi veramente.

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