Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: 断捨離 o liberarsi del superfluo

Dallo Zen al concetto di "vuoto" nel Buddismo (in giapponese 空 ), dalla filosofia 断捨離 Danshari di Hideko Yamashita al metodo こんまりKonmari di Marie Kondo: la natura giapponese è da sempre e per sempre incline all'essenziale.

A volte, camminando per le strade, mi imbatto in buste giganti piene di vestiti dismessi, in riviste, giornali e libri accatastati, legati fermi da uno spago. Si buttano via, oppure li si mette lì alla mercé dei passanti con un cartello che recita: ご自由にお持ちください gojiyū ni omochi kudasai (prego, prendete pure liberamente).

Ci si rifiuta così di rimanere aggrappati agli oggetti; si butta via quello che non serve e ci si allontana dalla mania insana dell'accumulo. In una sola parola: 断捨離 danshari.

Il primo ideogramma 断 dan è quello di 断る kotowaru (rifiutare), il secondo 捨 sha è quello di 捨てる suteru (buttare, gettare via) e il terzo 離 ri è quello di 離れる hanareru (allontanarsi, distaccarsi).

Il danshari risponde, sostanzialmente, all'esigenza di liberarsi del superfluo ridurre la propria vita all'essenziale.

Sottrarre piuttosto che aggiungere, togliere piuttosto che mettere sono il mantra di questa filosofia che, per molti giapponesi, è diventata un vero e proprio stile di vita.

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Giorni fa, un'amica italiana mi raccontava come, per lei, sia difficile sbarazzarsi degli oggetti posseduti, perché ognuno di essi pare rappresenti un ricordo, legato a un momento specifico e particolare della sua vita.
"È come se dicessi addio a quel ricordo e, con esso, anche a una parte di me", mi confessa.

A me - ho pensato - accade proprio l'esatto contrario.

Ci sono giorni in cui sento la necessità di liberarmi delle cose che possiedo, specie quelle che non uso più o che non rappresentano in alcun modo la persona che sono oggi

Così, ci sono giorni in cui vengo colta come da un raptus e getto via quante più cose mi è possibile. La sensazione che ne consegue è di sollievo, in giapponese すっきり sukkiri, proprio come quando ci si toglie uno zaino pesante dalle spalle, si dà un taglio netto ai capelli o si recide un legame che non fa più bene tenere saldo: Sukkiri!

E ci si sente subito come messi a nuovo.

Le case standard giapponesi non sono molto ampie. Gli spazi sono di gran lunga più ridotti, specialmente a Tokyo. Pertanto, il bisogno di fare spazio e ripulire è una costante.

Ho capito solo vivendoci perché in Giappone molti non amino ricevere oggetti in dono, quanto piuttosto alimenti e denaro.

Ai matrimoni, per esempio, gli invitati regalano agli sposi eleganti buste con somme di denaro prestabilite, a seconda del numero dei componenti del nucleo familiare e del grado di parentela. Si lascia così la libertà agli sposi di fare di quel dono pecuniario quello che più gli aggrada, il che, nella maggior parte dei casi, non sarà di certo  comprare utensili per la casa.

Cosa fare, dunque, quando si riceve un oggetto che non potrà avere il suo spazio

Dice Marie Kondo, nel suo libro "Il magico potere del riordino", che un regalo ha il compito di adempiere ad un solo e unico scopo: essere donato. Esaurita quella funzione, si può anche decidere di disfarsene buttandolo, regalandolo o, addirittura,  vendendolo. 

Posso immaginare il dissenso di molti a tal proposito. Tuttavia, per i giapponesi questo atto non è motivato dalla cattiveria, tant'è che si accompagna sempre a un grande senso di riconoscenza.

I giapponesi, tendenzialmente, amano l'essenziale. Vivono una vita piena di interessi, pensieri, filosofie e stili di vita... musica, armonia e bellezza.

Gli oggetti procurano un piacere effimero, destinato a svanire, per cui bisogna puntare a forme di felicità più solide e durature, non legate a beni materiali.

人を喜ばせた幸せ、心が感じる充実感、

Hito wo yorokobaseta shiawase, kokoro ga kanjiru jūjitsukan

時間がたっても時代が変わっても

jikan ga tattemo jidai ga kawattemo

ずっと残る心の満足。 

zutto nokoru kokoro no manzoku

(「あなたの夢がかないますように」Hohoko Asami)

" (n.d.t. Ricercate) Una felicità che vi rallegri e un sentimento che vi faccia sentire appagati, nonostante il tempo che passa e le epoche che si susseguono. (n.d.t. Ricercate) Una soddisfazione che rimanga per sempre dentro di voi".

※L'illustrazione è presa da qui

Quel che conta è il viaggio e non la meta

Da qualche settimana è stato ritirato lo stato di emergenza a Tōkyō e molti negozi hanno riaperto, fra cui anche il Book Off di Kichijōji.

Sono quindi andata a rivendere un po' di libri e vestiti dismessi, come di consueto al cambio dell'armadio, e nell'attesa della prassi (la valutazione della merce che richiede, in genere, una ventina di minuti) ne ho approfittato per fare un salto al secondo piano, quello dei libri di narrativa, riviste e libri per bambini. 

Sullo scaffale, il solito dove mi dirigo ogni volta, ho trovato due libricini di Hohoko Asami. Ne avevo già parlato qualche mese fa, in questa sede, a proposito di un altro libro,「いつも忘れないで」(Itsumo wasurenaide, "Non dimenticarlo mai"), anche quello scoperto per caso, tra tantissimi libretti e libricini, accuratamente impilati e dalle copertine pastello.

Questa volta, ho trovato i seguenti titoli:

1.「あなたの夢がかないますように」(Anata no yume ga kanaimasu yōni, "Affinchè il tuo sogno si realizzi")

2.「あなたは絶対!うんがいい」(Anata ha zettai! Un ga ii, "La fortuna è certamente dalla tua!")

Molto semplici, a tratti quasi banali, penserà qualcuno.

Siamo ben distanti dalla psicologia di Freud, dai neologismi e il linguaggio forbito a cui i libri nostrani ci hanno abituati. Eppure, forse proprio per questa semplicità disarmante, le parole della Asami adempiono perfettamente allo scopo che si prefiggono: arrivare dritti là, dove più serve. Cuore e mente.

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Il primo titolo, che ho divorato in pochi giorni, parla sostanzialmente dell'attitudine positiva alla vita. Solo chi è ottimista è capace di mettere a segno un punto, raggiungere un risultato e realizzare un sogno, in giapponese: 夢が叶う (yume ga kanau).

Spesso ci autoconvinciamo di essere prede predilette dalla sfortuna e, di conseguenza, di non potercela fare, di non essere abbastanza e di non poter raggiungere un obiettivo, anche se ce lo siamo prefissati. Talvolta, lungo il tragitto, ci fermiamo, ci arrendiamo e torniamo persino indietro. Ci lasciamo condizionare dall'insicurezza 不安 fuan, dall'insoddisfazione 不満 fuman e dalla rabbia 怒り ikari che ci impediscono di vedere il bicchiere mezzo pieno まだ半分もある (mada hanbun mo aru), ma piuttosto mezzo vuoto もう半分しかない (mou hanbun shika nai).

E invece, basterebbe concentrarsi sulle cose belle e buone di cui già disponiamo, per vedere negli impedimenti non accadimenti nefasti, bensì occasioni di cambiamento e miglioramento personale.

Non è forse vero che ci accorgiamo dell'importanza di qualcosa solo quando l'abbiamo persa? Della fortuna di cui disponevamo, solo dopo averla data per scontata?

Ecco come un impedimento (la perdita) muta nel suo esatto contrario: un'occasione.

Le cose brutte non durano per sempre. Durano quel lasso di tempo necessario all'ndividuo affinché questi apporti un cambiamento in sé, rovesciando radicalmente il suo modo di pensare e la sua visione delle cose. 

In fondo - spiega la Asami - le sfortune capitano a tutti, in egual modo, anche a chi crediamo ne sia immune. La differenza sta unicamente nella velocità con cui quella persona si disfa del problema o lo risolve. Più è veloce e più noi non ne abbiamo percezione. 

Un'altra cosa interessante, che la Asami menziona, è il timing.

Non sempre le cose vanno come ci siamo prefissati, né come ci siamo adoperati a fare. Questo perché, a volte, abbiamo semplicemente sbagliato i tempi. Bisogna perciò affidarsi all'evolvere naturale delle cose, non arrendendosi alle prime difficoltà, ma piuttosto attendendo pazientemente i tempi giusti. 

自然の流れにまかせよう。

shizen no nagare ni makaseyō

すぐに動かないからって、諦めるのはまだ早い。

sugu ni ugokanai karatte, akirameru no ha mada hayai

Perseverare nel senso di utilità e missione 使命感 (shimeikan) è, dunque, il vero motore della vita. 

Abbattersi non serve a niente. Darsi per vinti, ripetersi che non c'è scampo, non c'è via, sono tutti bastoni fra le ruote che ci mettiamo da soli. Liberare la mente, fare una pulizia dei pensieri, è il primo passo da compiere per guardare ai sogni con più sicurezza, ricordando che non sarà la loro realizzazione a procurarci massima gioia, quanto piuttosto il viaggio che avremo fatto nell'inseguirli.

 

#Pagine di un diario (12)

È proprio vero che l'amore può avere diverse forme d'espressione; che a volerlo definire per forza secondo azioni e dimostrazioni standardizzate, alla fine, si corre il rischio di non vederlo anche quando lo si ha tra le mani.

Me lo insegnano i giapponesi, restii alle effusioni in pubblico, ai complimenti sciorinati, agli abbracci profusi e ai baci limonati per le strade, in pubblico. Qui, per dire, persino tenersi per mano è sufficiente a innescare un certo imbarazzo e quel ドキドキ dokidoki (batticuore) che in Giappone non conosce limiti d'età (e per fortuna, aggiungerei!).

Qui, l'amore prende altre forme, preferendo i fatti, anche più semplici, alle parole, che hanno un peso e vanno dosate con cura, per non rischiare di doversele poi rimangiare, una ad una. 

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K. che si mette dal lato della strada dove passano le macchine, mentre camminiamo, così che io sia meno esposta al pericolo...

K. che, sulle scale mobili, preferisce incolonnarsi davanti a me, piuttosto che dietro, così da potermi tenere nel caso qualcuno mi spingesse in avanti...

K. che, in prossimità dell'arrivo del treno, mi tiene stretta per un braccio, perché sa che basterebbe un urto, anche dato per sbaglio, per farmi saltare su quei binari e finire sotto un treno...

K. che mangia quello che a me non piace, lasciandomi solo il meglio di un menù servito o l'ultima fragola di una torta...

Nella costanza dei suoi gesti, comprendo che anch'io, dopotutto, posso meritare questa gentilezza. Allora, pur nella mia natura schiva, mi adeguo e la ricambio, a mio modo e a mio tempo.

Questa mattina, molto presto, K. è ripartito. Ero troppo assonnata per avere percezione del vuoto, ma adesso che sono qui, seduta nella living, bevendo il mio caffè, la solitudine mi è ripiombata addosso con tutto il suo peso.

Ripenso a questi giorni, pochi ma pieni di sereno, e il mio pensiero si formula in un semplice grazie a K. che in questi mesi, lunghi e complicati, c'è stato sempre, oltre la distanza e oltre le difficoltà della vita, che a volte pare vogliano schiacciarmi, spingendomi, ogni volta, al limite. E se non avessi qui lui, a lottare insieme a me, a fornirmi un pretesto per ridere e sorridere, io proprio non lo so.

Kありがとうね! Arigatō ne

♪Flavor of Life - Utada Hikaru

#Pagine di un diario (11)

Nell'Asinaria di Plauto, commediografo latino, si legge il seguente passo: Lupus est homo homini (l'uomo è un lupo per l'altro uomo).

Thomas Hobbes, filosofo inglese del diciassettesimo secolo, riprendendo lo stesso concetto, spiegò come la natura dell'uomo sia fondamentalmente egoista. Nello stato di natura, infatti, cioè quella condizione non disciplinata da un sistema di leggi, ogni individuo è mosso da un istinto di sopravvivenza e di sopraffazione nei confronti del suo prossimo, istinto che gli impedisce di avvicinarsi all'altro per amore naturale.

In altre parole, secondo il pensiero di Hobbes, ogni uomo vede nell'altro un nemico da combattere, perché lo crede d'ostacolo al raggiungimento del proprio scopo e al soddisfacimento del proprio desiderio. Pertanto, agisce sempre con l'intento di  liberarsene. 

Questa premessa aiuta forse a comprendere meglio perché, anche quando si trova davanti a qualcosa di buono, bello e genuino, c'è chi cerca di opporsi, fomentando malumore e, nei casi più esasperati, odio e disprezzo

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Di recente, ho letto una notizia, sottoposta alla mia attenzione proprio da uno dei lettori di questa pagina.

Nell'articolo in questione, si legge di una ragazza giapponese, un volto noto del Wrestling locale: Hana Kimura. Personalmente, non ne avevo mai sentito parlare, ma il punto, in fondo, non è chi fosse o che cosa facesse. Il punto è che questa ragazza, oggi, non c'è più.

Pochi giorni fa, ha pubblicato un messaggio d'addio su Twitter ai suoi fan e si è tolta la vita, perché esasperata dalle cattiverie che riempivano giornalmente lo spazio sotto alle sue foto e ai suoi pensieri. Un chiaro caso di cyberbullismo

Lo scambio di informazioni, che i social network hanno reso negli anni più rapido e accessibile, è di per sé qualcosa di meraviglioso.

Eppure, l'altro lato della medaglia nasconde un quadro della situazione ben più macabro, in cui la condivisione di contenuti muta spesso in un atto scrittorio volto al massacro di chi si espone per amore di quella stessa condivisione.

Talvolta, non è neanche la critica in sé a ferire, quanto il modo in cui questa viene espressa. E io penso che chi non sa esprimersi (specie in un linguaggio consono e appropriato), è meglio che non lo faccia. Piuttosto, che si limiti al ruolo che più gli si addice: quello di lettore passivo.

Hana ha subíto, tutti i giorni e senza tregua, la cattiveria più becera, di cui solo il genere umano è capace, e quello stesso genere umano l'ha avvilita e distrutta a tal punto da indurla al suicidio.

E la domanda sorge spontanea: Perchè? Purtroppo, la cattiveria non ha giustificazioni, né risposte.

Noto con sgomento che, col passare degli anni, l'utenza diventa sempre più spietata, credendo che tutto sia finzione, che un commento sia solo una sequenza di caratteri, che chi si espone debba assumersi ogni tipo di conseguenza, anche dovesse trattarsi di cattiveria gratuita.

No, io non credo proprio che chi è qui sulla rete per condividere contenuti debba farsi carico di tutto questo. Chi si espone lo fa perché crede nel potere della comunicazione sana, in una società migliore, fatta di persone intelligenti, capaci di confrontarsi costruttivamente, senza quell'insana voglia o bisogno di riversare la propria frustrazione sugli altri.

Personalmente, credo di poter vantare lettori intelligenti e affezionati. Questo è quello che mi fa essere ancora qui, dopo anni. Ed è a voi che mi rivolgo, affinché sappiate sempre adoperare con giudizio gli strumenti che avete tra le mani, che sono armi potentissime. 

Abbiate sempre rispetto di chi ha riposto in voi la sua fiducia. ♡

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