Fudemame in Tokyo

Pensieri, riflessioni, considerazioni sparse di un'italiana in Giappone.

Vivere Tokyo: Di legami che si (s)legano

Anche oggi il cielo è plumbeo, come ieri e il giorno prima ancora.

Ulula forte il Tapah, il diciassettesimo tifone della stagione, uno dei tanti di passaggio qui in Giappone.

E intanto l'autunno incalza, con la sua arietta gelida al mattino presto, che fa rabbrividire, e prepara gli animi alla fretta che ha il buio di oscurare il giorno.

Il canto delle cicale, la cui vita sulla terra non dura che poche settimane, si fa più stridulo e disperato. Le senti frinire dopo la pioggia e le vedi dimenarsi sotto la luce fioca di un lampione alla sera. È l'ultima danza, prima della morte, l'addio all'estate e al tempo che le ha viste abbandonare il sottosuolo per librare nell'aria

È la recisione di un legame, quello alla terra madre, che sancisce l'inizio e al contempo la fine. 

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In questi giorni, riflettevo sulla mutevolezza dei rapporti umani e le espressioni che in giapponese ne descrivono le complesse dinamiche.

Nella lingua giapponese, il legame rapporto tra individui è indicato dal kanji 縁 en, che ha anche il significato di destino fatalità. E infatti, per i giapponesi e il buddismo, ogni incontro, ogni scambio di sguardi, persino lo sfiorarsi delle vesti sul treno, è voluto dal fato e fa parte di un prestabilito che non ci è dato conoscere. La stessa espressione 縁がある en ga aru, spesso usata per indicare la speciale sintonia fra due individui, indica che in quel rapporto c'è sicuramente lo zampino del fato. È quest'ultimo, infatti, che predispone particolari congiunzioni astrali affinché, in quel dato qui e ora dell'esistenza, tizio incontri caio.

Allora il detto 一期一会 ichi go ichi e, secondo cui ad ogni momento corrisponde un incontro unico e irripetibile, mi si profila in tutta la sua pregnanza.

Spesso associato a Sen no Rikyū, nel contesto della cerimonia del tè, l'ichi go ichi e ricorda ai partecipanti che, sebbene il rito sia qualcosa di ripetibile, avvalendosi di elementi e gestualità abitudinarie e familiari, il momento rituale rimane di per sé un incontro unico nel qui e ora del suo compimento. 

Cambiato il momento, cambierà anche il corso del destino e, di conseguenza, anche la natura dell'incontro. Ecco perché nel reiterare certi ambienti e certe situazioni, qualcosa finirà comunque per tradire le aspettative, vanificando il tentativo.

L'uomo, nel corso della sua evoluzione, si è invento patti, accordi, trattati, contratti, sodalizi al fine di rendere indissolubile ogni legame che invece, per sua propria natura, può essere sciolto in qualunque momento.

È proprio la lingua giapponese a rivelarmi con chiarezza che niente può essere realmente posseduto e che una cosa, per quanto legata, potrà comunque s-legarsi.

A questo proposito, cercando il verbo 結ぶ musubu (= legare, unire, allacciare, annodare) ho notato qualcosa di interessante. Questo verbo, infatti, pare abbia anche il significato di concludere nel caso, per esempio, di 契約を結ぶ  keiyaku wo musubu (=concludere un contratto) oppure di 演説を結ぶ enzetsu wo musubu (=concludere un discorso). 

Lo stesso kanji lo ritroviamo nel sostantivo 結び musubi che indica il legame, ma al contempo la fine o la conclusione di qualcosa, specie nel contesto di un discorso. Allora la mente mi riporta a una frase che ho letto di recente:  会うのは別れのはじめ au no wa wakare no hajime, ogni incontro non è che l'inizio di una separazione. Ed ecco che il cerchio, finalmente, si chiude. 

Ci si incontra per separarsi. Ci si lega per slegarsi. 

Una visione poco confortante, forse, a cui però presta soccorso la leggenda cinese del filo rosso del destino (運命の赤い糸 unmei no akai ito), secondo cui due persone, se predestinate, prima o poi si incontreranno, perché appunto legate fin dalla nascita da questo filo rosso invisibile. 

Eppure, magheggi del destino a parte, talvolta è proprio la noncuranza con cui ci approcciamo alle cose che abbiamo, il darle per scontate a privarci di opportunità ulteriori ed analoghe, segnando la fine di quel legame. E i giapponesi lo dicono chiaramente: 一期一会 ichi go ichi e, un momento, un incontro. Vivere certi di un domani in cui potersi magari rifare e ravvedere, non è il modo migliore per preservare i legami, dove a decidere (sarebbe opportuno a questo punto ricordarlo) non si è mai da soli e le volontà in gioco sono plurime variabili indipendenti. 

※Lo scatto meraviglioso è di Imkq60 Photos

Kyōto è fatta per restare

Ci sono canzoni che esistono da sempre, che sono diventate pietre miliari per una qualche ragione. Ancor prima di ascoltarle, si sa già che rievocheranno qualcosa dentro di noi, quel qualcosa che in fondo ci ha spinto a ricercarle dopo anni.

Mi è capitato di recente con "Una canzone per te" di Vasco, che ricollego inconsciamente a una vacanza in Calabria, un canottino per il mare della Disney che adoravo e mia madre con la sua permanente anni '80.

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Lo scorso weekend, in preda al desiderio di sfuggire alla frenesia tokyota, io e K. abbiamo trascorso due giorni nella città della tradizione giapponese per eccellenza: Kyōto.

Lui non era mai stato al Ginkakuji 銀閣寺 (il padiglione d'argento), né al Kinkakuji 金閣寺 (il padiglione d'oro) e io volevo rivedere il Kiyomizudera 清水寺, che per qualche anno è stato chiuso al pubblico per restauro. 

Il Kiyomizudera, per chi non lo sapesse, è un tempio collocato su un'altura a strapiombo, per cui lanciarsi dal suo parapetto sarebbe morte certa.

K. guarda il precipizio sulla valle sottostante e mi regala un proverbio, un'altra perla in questa lingua che mi ostino a studiare giorno dopo giorno, sacrificando il sonno all'alba.

清水の舞台から飛び降りる (Kiyomizu no butai kara tobioriru), dove il verbo tobioriru vuol dire gettarsi, lanciarsi. Allora questo posto è diventato per molti quello del coraggio, ingrediente fondamentale per tutte le decisioni che rappresentano insieme un azzardo e un rischio.

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È stato un viaggio semplice, breve e poco organizzato. Guida alla mano e via! Ma si sa che le cose più belle, a volte, son frutto proprio del caso. Così ci siamo ritrovati a visitare due templi, di cui non conoscevo (ammetto) l'esistenza: il Shimogamo jinja 下鴨神社 e il Kitanotenmangū 北野天満宮. Quest'ultimo, mi viene spiegato, ospita la divinità delle scienze e del sapere (学問の神様, gakumon no kamisama), ecco perché sono molti gli studenti che vi si recano per pregare: "Fai che passi l'esame!", "Fai che entri all'università XX!", recitano le innumerevoli tavolette votive appese, dove la preghiera si declina nel giapponese 〜ますように (-masu youni).

E mentre ci spostiamo tra un vicolo e l'altro, non posso fare a meno di notare quanto Kyōto sia certezza e memoria in questo paese. Perché nel cambiamento che è connaturato alla tecnologia, al sapere e alla vita in ogni sua forma, lei rimane sempre uguale a se stessa, come fosse immune al progresso o l'avesse rifiutato deliberatamente. Niente luci psichedeliche, niente led, né grattacieli in Tōkyō style.

Ecco, Kyōto è un po' come "Una canzone per te" e quelle melodie che puoi non ascoltare per anni, ma che quando te ne ricordi e le ripeschi nella tua playlist, sai che non ti deluderanno perché sono eterne, proprio come certe emozioni sopite.

Kyōto è compatta, stretta tutta intorno al suo passato e alla sua storia e ancora, soprattutto, fedele a quello che è sempre stata: memoria.

Ritrovare gli stessi negozi, gli stessi scorci, fors'anche gli stessi commessi, sarà del tutto normale da queste parti, perché lei, Kyōto, è fatta per restare a dispetto del tempo che scorre inesorabile. E questo è ciò di cui i giapponesi (e non solo loro) hanno bisogno: qualcosa che rimanga nonostante tutto, nonostante gli errori dell'umanità, nonostante l'evoluzione che si lascia dietro anche le cose più belle.

Kyōto è prova di quanto sia fondamentale il ricordo di quello che è stato, che può essere ancora e sempre, perseverando nella gentilezza, nella civiltà, nell'educazione e nel buon senso, valori che vanno preservati, sottratti alle intemperie del tempo. Perché si può solo andare avanti, certo, ma ciò non toglie che per farlo bene occorrono basi, per l'appunto, eternamente intaccabili. 

Vasco Rossi-Una canzone per te - YouTube

Vivere Tokyo: Donne (Parte prima)

Makoto ha 38 anni e la malattia del sonno. Finito il liceo, i genitori hanno deciso di mandarla a studiare in Italia, convinti che le avrebbe fatto bene cambiare aria. Sua madre, intanto, si era creato l'alibi per andare nel Bel Paese ogni volta ne avesse voglia e avere un posto dove fermarsi a gratis durante i suoi viaggi, fatti di shopping e visite d'arte. "Trovati un italiano!", le ripeteva, "Così puoi rimanere quanto ti pare!". E Makoto, dalla mente labile e succube, non ha potuto che eseguire.

Rimasta incinta di un mezzo sconosciuto a Firenze, sparito poco dopo aver appreso la notizia, Makoto ha deciso di tornare in Giappone, ma senza una laurea, né arte e né parte, non è riuscita a trovare un lavoro che potesse soddisfare le sue aspettative.

Così adesso fa i turni in una casa di riposo per anziani e persone diversamente abili. "Mi piace molto", mi rivela a voce bassa. "Mi piace parlare con loro, ascoltare quello che hanno da dire".

Purtroppo quel che guadagna  lo percepisce facendo turni improbabili, che non le permettono di avere ritmi di vita sani e regolari, ma piuttosto le sottraggono le ore del giorno da passare insieme alla figlia. Si prende all'improvviso tra le mani una ciocca di capelli e se l'avvicina alla bocca, con fare quasi puerile. L'osserva e ridacchia. Un po' m'inquieta.

La vedo trascurata. Indossa una blusa sgualcita verde oliva. Tra i capelli corvini, spuntano a forza singoli capelli bianchi, che le si dividono sulla nuca con simmetria naturale. Non ha consapevolezza di se stessa, di quello che è o di quello che potrebbe diventare. Cerco di incoraggiarla, di infonderle un po' della motivazione che non ha e lei, per un attimo, acquista colore. Mi ringrazia, annuisce, poi sorride. Forse, chi sa, per un attimo è riuscita ad immaginarsi in quella nuova veste che le ho dipinto addosso. 

Tuttavia domani, al risveglio, Makoto non vorrà levarsi dal letto che abita oltre le ore di lavoro. È lì che la sua vita la lega immobile.         

Erina ha 25 anni e una fame insaziabileScorre le sue dita affusolate tra i vestiti di Parco e Tōkyū Depato, le borse Michael Kors, gli orologi Olivia Burton e i cosmetici Shu Uemura. Passa poi ai portafogli  Vivienne Westwood e le borse Kate Spade, le collane Swarosky e le scarpe Laboutin. Doni che servono a tappare i buchi del cuore, mancanze che si allargano in un'esistenza vuota

Erina non ha chi le regala ricordi, non ha amici e non ha un compagno. La famiglia, poco numerosa, vive nel Kansai.

Ogni giorno, il suo stomaco s'allarga, ogni boccone che fagocita e ingurgita, fatto di oggetti e materia, sprofonda in un pozzo senza fondo. La sua fame non conosce sazietà.

Scorre su internet liste infinite di capi e accessori griffati. Butta nel carrello quello che le viene prima, ordina senza contegno. Alla consegna della merce, strappa i pacchi con sozza voracia, prende i capi, li osserva compiaciuta, se li prova addosso, ma la vista di sé allo specchio non la rende granché paga e quando ripone tutto nei cassetti, ecco l'eco della fame tornare a farsi insistente.

Ma se Erina può permettersi il lusso di comprare un po' di felicità seppur momentanea, Makoto non può neanche permettersi la tinta che le serve per nascondere i segni del tempo. 

Kana ha 40 anni e il desiderio di morire. Ogni giorno, si sente sopraffatta dagli eventi e si domanda se sia davvero questo il suo destino. Frustrazione e sgomento sono i mali che la costringono a una vita senza azione e, apparentemente, senza senso. 

Come accade alle relazioni quando si fanno malate e pericolose, allo stesso modo alcuni impieghi di lavoro diventano cappi al collo. Così, negli anni, Kana si è risolta a cambiare diverse aziende, nella vana speranza di trovare un ambiente che non la facesse sentire fuori posto.

Mi confessa l'insoddisfazione che da mesi è il suo tarlo. 

Il Tamagawa le scorre a pochi metri da casa e ogni sera, al rientro dal lavoro, lo attraversa. Ogni giorno, alla stessa ora, uscita dalla stazione e imboccata la via verso casa, raggiunge quel ponte e quel tratto di fiume. Lo sente scorrere, nel silenzio circostante, dentro di sé. Si avvicina al parapetto come richiamata dalla sua voce e lo guarda con aria assente. Ogni sera, fa appello a tutta la forza di volontà che le è rimasta per convincersi che non è la soluzione, che ci deve pur essere un'altra via.

Il marito l'aspetta a casa. Come ogni sera, le chiede come sia andata la giornata, da capo a coda, anche se da tredici anni, lui sa, la risposta è solo una, quella di sempre. Le ripete allora di lasciare il lavoro, che lui potrebbe impegnarsi economicamente per entrambi, se solo lo volesse. Eppure, ignora il rischio di aggraverare quel senso di inutilità di cui Kana pare essere pervasa.

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Motoko, Erina, Kana sono vite come altre, lì fuori, che non ci appartengono e di cui forse ignoriamo l'esistenza. Sono donne giapponesi, ma potrebbero essere italiane, spagnole, indiane ...  Potrebbero essere una collega o la vicina di casa; la ragazza della caffetteria o quella del supermercato. Sono protagoniste di vite che meritano di essere ascoltate, se necessario, anche condivise. Perché non c'è sentimento più bieco al mondo dell'indifferenza umana.

※Lo scatto meraviglioso, privo di qualsiasi riferimento ai personaggi narrati, è di Imkq60 Photos

Vivere Tokyo: Le emozioni dentro una matrioska

喜怒哀楽 kidoairaku in giapponese sono le quattro emozioni dell'essere umano.

Un sèrto di sentimenti in contrasto, con l'uomo sempre perso nel travaglio delle sue elucubrazioni, sfinito dal continuo oscillare da un estremo all'altro.

Come un arcobaleno di colori solo primari; una matrioska che ha l'amore in grembo alla gioia, l'odio alla rabbia, la malinconia e la tristezza al dolore...     

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喜怒哀楽 kidoairaku ha in capo la gioia 喜 ki, kanji che ritroviamo nel verbo 喜ぶ yorokobu (lett. essere felice, rallegrarsi, provare gioia).

La gioia sa essere tanto spiegabile quanto inspiegabile; smisurata e incontenibile, ma anche labile e passeggera; condivisa, ma anche egoista ed egocentrica. E l'uomo è da sempre, e per sempre, proteso alla sua ricerca: a volte la ostenta senza goderne, altre se la ritrova tra le mani senza essere realmente pronto ad accoglierla. Immediata, sfuggente e impermanente.           

E se di una gioia che sia genuina è più difficile parlare, perché più raro è possederla, della rabbia, invece, si fa sempre troppo presto, specie se gratuita.

La rabbia sta nel kanji 怒 do del verbo 怒る okoru (letto anche ikaru), con cui in giapponese si indica l'innervosirsi, l'indignarsi oppure il sentirsi offesi. La rabbia è al secondo posto in questa scala a quattro delle emozioni, lei che può essere alimentata dalla frustrazione e dall'incomprensione, dal sentimento non condiviso o da quello frainteso. 

Alla gioia e alla rabbia, segue poi terzo il pathos, che dal greco antico (πάϑος) indica la sofferenza, la compassione, l'intensità emotiva (spesso con riferimenti all'opera classica tragica). E pathos in giapponese è 哀れ aware, dal verbo 哀れむ awaremu, ovvero la condivisione (共有する kyōyū surudel dolore.

Il pathos, in giapponese, può essere declinato in una terminologia vastissima, quasi infinita: 憫察 (binsatsu), 哀憐 (airen), 同情 (dōjō), 思いやる (omoiyaru),   憐れむ (awaremu), 不憫がる (fubin ga aru), 気の毒がる (ki no dokugaru),  哀愍 (aimin), 思遣る (shitaru). Questo denota, ancora una volta, quanto sia importante per i giapponesi la condivisione, non solo di spazio e materia, ma anche e soprattutto di sentimenti

In ultimo, la frivolezza di 楽 raku, che troviamo ad esempio nell'aggettivo 楽しい tanoshii (=divertente) e nella parola 音楽 ongaku (=musica). Quindi raku è la semplicità, la naturalezza e la schiettezza del vivere quotidiano.

Lo troviamo in forma avverbiale 楽に raku ni e aggettivale 楽な raku na, ad indicare tutto ciò che è facilmente facile. È l'invito a mettersi comodi, a proprio agio, di 楽にしてください raku ni shite kudasai. O ancora la propria comfort zone nell'espressione 気が楽だ ki ga raku da.

Nel bel mezzo della gioia, della rabbia e del pathos, 楽 raku ricorda all'essere umano che l'esistenza ha anche bisogno di leggerezza e questa leggerezza sta proprio in un vivere 楽に raku ni, avvolti cioè nella calma, nella tranquillità, nella semplicità di ciò che si conosce bene, senza per forza dover affannarsi a cercare il rischio e la novità in ogni angolo. 

喜怒哀楽 kidoairaku sembra dunque la miglior ricetta per l'equilibrio psichico. Ogni emozione, sembrano voler dire i giapponesi, è necessaria e l'essere umano ha bisogno di esperirle tutte, nessuna esclusa: la gioia tanto quanto la rabbia, la sofferenza tanto quanto la frivolezza. Perché persino cedere alla controparte, per poi riequilibrare nuovamente lo spirito, può servire a riconoscere e maturare il senso della propria esistenza.

※ Lo scatto meraviglioso è di Edoardo Polo Photography

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